Eleonora Di Marino e la sua rubrica su Globalist




























Sulcis: chiedi bonifiche e arriva carbone 

Primo reportage dal Sulcis per cagliari.globalist.it. La Regione decide: una nuova centrale a carbone per il polo industriale a Portovesme. [Eleonora Di Marino]



Una nuova centrale a carbone per il polo industriale a Portovesme. E' così che Consiglio Regionale decide di risolvere il problema sollevato dalla Rusal (multinazionale russa proprietaria dell'Eurallumina), unico ostacolo al riavvio dell'Eurallumina, e cioè l'abbattimento dei costi dell'energia: la NewCo sarà costituita dalla Rusal e dalla SFIRS S.p.A., società in house della Regione (cioè a capitale interamente pubblico), e si occuperà della costruzione e gestione della centrale e le infrastrutture correlate per la produzione di vapore ed energia elettrica, con materie prime fornite interamente da Enel, da destinare a Eurallumina con un contratto "take or pay". Costo? 100 milioni di euro, di cui 20 milioni dalla SFIRS S.p.A., con copertura finanziaria derivante dai fondi del Piano Sulcis.

Di certo, questo, con tutto il rispetto e la solidarietà nei confronti degli operai in cassintegrazione dell'industria produttrice d'alluminio, a cui si augura la migliore delle ricollocazioni (ma nelle bonifiche ambientali no?), non è il cambio di rotta che sarebbe opportuno intraprendere per un più "verde" futuro dell'isola e del Sulcis, in quella Portoscuso dei fumi di acciaieria, del bacino dei fanghi rossi, delle nubi al fluoro e delle discariche illecite sotto i parcheggi degli ospedali, soprattutto oggi che è più che mai chiaro quanto questa politica industriale avesse equilibri troppo precari e quanto fosse azzardato far dipendere da esse il 43% del PIL dell'intero territorio, essendosi dimostrata poi non solo fallimentare, ma anche estremamente pericolosa per la ricaduta che ha avuto ed ha tutt'oggi sulla salute dell'uomo e dell'ambiente. Queste operazioni puzzano, e non solo di trovata pre-elettorale: un modo certo più facile di "risolvere", in maniera frettolosa e temporanea, una questione che meriterebbe invece una scelta coraggiosa ed oramai indispensabile come la totale rivoluzione che deriverebbe da un binomio "lavoro e salute", piuttosto che da una loro inevitabile contrapposizione.

Tuttavia, non è storia nuova, per chi viene da una terra che per tanto tempo è stata di miniera: un lavoro che sfamava, ma che allo stesso tempo spaccava la schiena e toglieva la vita; una memoria in cui le storie singole degli abitanti si compongono in una storia collettiva fatta di malattia e morte come conseguenza di una vita senza apparente alternativa alcuna: uccidersi con il lavoro per non morire di fame.

Non solo quelle vite venivano compromesse dall'attività mineraria: l'intero ambiente naturale subiva questo sfruttamento irresponsabile, ed enormi porzioni di terra divenivano letto per tonnellate e tonnellate di fanghi velenosi, residui di lavorazione degli impianti di trattamento dei minerali, metalli pesanti pronti a contaminare aria, acqua, terra. Fu la crisi del comparto minerario a portare all'avvento del polo industriale di Portovesme, che non ci risparmiò, nemmeno questa volta, altri milioni di tonnellate di fanghi rossi velenosi, rigettati proprio su quella che era una delle più spettacolari coste del territorio e dell'intera isola.

La storia si ripete, ed i sostenitori di questo tipo di industria non frenano nemmeno di fronte ai dati allarmanti risultanti dall'accurato studio SENTIERI, che ha riscontrato, nella coorte dei produttori di allumina dalla bauxite, la mortalità per tumore del pancreas e per malattie dell'apparato urinario in eccesso, nonché tumori della pleura, polmone, fegato, vescica e tessuto linfoematopoietico, malattie circolatorie, malattie dell'apparato respiratorio e, tra queste, la pneumoconiosi.

La presenza del polo industriale non ha nemmeno giovato alle imprese locali: secondo una disposizione dell'anno scorso della ASL n. 7 di Carbonia, fu ufficialmente sconsigliato di dar da mangiare ai bambini   piccoli la frutta e la verdura coltivate sul posto. Opportuno, forse un po' tardivo, visto che già nel lontano 1987, nei bambini e bambine residenti a Portoscuso, venivano misurati livelli medi di piombemia più elevati rispetto ai loro coetanei di siti controllo, incremento poi confermato da un successivo studio sui ragazzi. Non trascurabili gli effetti: quelli provati in loco, sul quoziente di intelligenza, oltre che la regressione dello sviluppo, e quelli generalmente attribuiti all'esposizione al piombo, come ritardo mentale, disordini convulsivi, disturbi comportamentali con aggressività.

La prospettiva è invece "rosea", a vederla dai comuni vicini: in quel di Carloforte, a 10 minuti di mare di fronte al bacino dei fanghi rossi, è possibile assistere allo spettacolo inquietante di enormi nubi di polveri fini che prendono il volo dalla discarica per raggiungere velocemente il territorio circostante.

Ed il carbone? Un non trascurabile studio portato avanti dalla Fondazione Somo per Greenpeace rivela i veri costi della produzione elettrica di Enel col carbone nel nostro Paese: 366 morti premature nel 2009 in Italia (una al giorno), e danni (sanitari, ambientali, economici) stimabili nell'ordine di quasi 1,8 miliardi di euro in quello stesso anno, definita perciò il modo peggiore e più inquinante di produrre energia elettrica. Le centrali a carbone, infatti, producono ben sessanta differenti sostanze inquinanti che   comportano pesanti conseguenze ambientali per il territorio circostante.

La proposta di legge ed il consenso del Consiglio Regionale arrivano in un periodo storico in cui governi da tutto il mondo continuano ad unirsi alla schiera dei sostenitori delle rinnovabili, impegnandosi nel graduale abbandono del fossile, necessario per abbattere le emissioni di CO2 che minacciano il pianeta: negli Stati Uniti, per esempio, nel 2010 nessuna nuova centrale è stata autorizzata e ben 38 progetti sono stati abbandonati. Mentre, perciò, le economie mondiali esibiscono in maniera sempre più determinata la bandiera ecologista, il 29 gennaio 2013, nella nostra Sardegna, viene approvata una proposta di segno contrario, maledettamente contrario.



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Una montagna di veleni per lo sviluppo del Sulcis

Duemila anni di storia mineraria, di cui gli ultimi duecento devastanti, di sfruttamento selvaggio da parte di società non appartenenti al territorio. [Eleonora Di Marino]





Duemila anni di storia mineraria, di cui gli ultimi duecento devastanti, di sfruttamento selvaggio da parte di società non appartenenti al territorio, che alla loro chiusura hanno lasciato centinaia di milioni di tonnellate di fanghi velenosi, garantiscono non uno ma circa 113 siti minerari dimessi con annesse discariche per tutti i gusti.

Distese di veleni, allora entrate prepotentemente nei nostri paesaggi, oggi penetrate allo stesso modo nella nostra identità: d'esempio sono i Fanghi Rossi, alle porte di Iglesias, 2,5 milioni di tonnellate per 16 ettari, montagne di polveri fini con piombo, cadmio, mercurio che, nei periodi più secchi dell'anno, con l'alzarsi del vento, vengono disperse nell'aria raggiungendo presto non solo i veicoli che viaggiano sulla strada a cui si affacciano, ma anche le case, ed i polmoni, degli abitanti dei comuni circostanti (http://www.youtube.com/watch?v=HflJuuBBUpY). Durante la stagione delle piogge, inoltre, penetrano nelle falde acquifere, scivolano verso la valle sottostante, quella del Rio San Giorgio, anch'esso già compromesso di suo, in cui alcuni pastori usano portare al pascolo gli animali.

La situazione da drammatica diventa addirittura paradossale, se si pensa che sui Fanghi pende un inviolabile vincolo della Soprintendenza ai Beni Culturali e Tutela del Paesaggio di Cagliari, per cui essi devono essere salvaguardati e non eliminati. Da discarica a sito da difendere, parte di quel patrimonio culturale ed identitario che è la miniera.

Numerosi progetti sono stati vagliati negli anni dall'IGEA, che però attende l'avvio del Piano delle bonifiche del Rio San Giorgio. Scartato un costosissimo progetto per colare annualmente sopra i Fanghi una speciale vernice che ne evita la dispersione, si opterà per un impianto che non solo raccolga le acque che con le piogge finiscono a valle per poi trattarle e ripulirle, ma che, recuperando l'acqua della miniera, attraverso uno strumento di misurazione dell'umidità ed un semplicissimo sistema d'irrigazione, andrà a renderli umidi ogni qual volta lo stato di secchezza dei fanghi raggiungerà il livello critico. Speriamo che tutto questo non finisca come la vicenda del Rio Irvi/Rio Rosso, in cui l'impianto, pagato e messo a punto, si è rivelato fallimentare, lasciando i veleni della miniera raggiungere senza ostacoli la   bellissima ma non incontaminata spiaggia di Piscinas.

A proposito di episodi come questo, la Consulta delle associazioni per il Parco Geominerario ha recentemente presentato un esposto in cui si chiede conto all'IGEA delle "ingenti risorse pubbliche, quasi 250 milioni di euro, messi a disposizione dal 1988 proprio per rendere nuovamente fruibili quei terreni attraverso la messa in sicurezza e la bonifica delle stesse aree", con la richiesta di indagine sull'adeguatezza degli interventi effettuati, se appropriati o no per raggiungere la loro finalità.

Anche da una semplice escursione (la Consulta accusa IGEA di aver negato proprio ad un gruppo di escursionisti di transitare lungo il cammino minerario a Monteponi, costringendoli ad attraversare, a piedi, la SS 126), sfidando i divieti - e a volte anche l'arroganza - messi in campo dall'IGEA, è palese che molte delle bonifiche non sono state fatte, o sono state fatte male (in compenso però sono state realizzate migliaia di recinzioni).

Il Sulcis Iglesiente è oggi scenario di un disastro politico ed ambientale, con relative ricadute sulla salute delle persone, del territorio e dell'economia: il tutto con il silenzio responsabile della politica, occupata nello spartirsi i pacchetti di voti legati alle promesse d'assunzione, ed ora che sono in arrivo i finanziamenti del Piano Sulcis, possiamo esser certi che Parco, IGEA, politica e sindacato troveranno un "accordo".

Ma il territorio più povero ed inquinato d'Italia sembra ancora disposto a chiudere un occhio, anzi tutti e due, se è vero che le bonifiche, con 600 milioni di euro già spesi negli ultimi 11 anni tra Ati Infras ed IGEA, danno un'occupazione pari a centinaia di posti di lavoro (più dell'Alcoa), e che messe a regime potrebbero garantirne migliaia, oltre l'indotto delle riconversioni, magari culturali e turistiche, arrivando   così ad un vero rilancio del Sulcis.

A ben fare i conti, comunque, considerando il Piano Sulcis, per le bonifiche sono stati deliberati solo una piccola parte della montagna di finanziamenti destinati invece alla costruzione dell'arma di sterminio di massa messa a punto con lo stoccaggio della CO2 nel sottosuolo, per la sopravvivenza del potere clientelare della Carbosulcis, e quella per la promozione turistica delle coste e della pesca al piombo, mercurio e cadmio, rappresentata dalla riesumazione dell'Eurallumina e del suo bacino di fanghi rossi, non più a forma di montagna ma di mare.

Un mare di fanghi, di veleni, che saremo costretti a tenere nel territorio, come se quelli che ormai abbiamo non servissero già da ammonimento. Un mare e delle montagne che non vogliamo, anche se sono rossi, come la speranza di chi ha lottato per un posto di lavoro ed invece lo ha garantito solo a chi ha ucciso un territorio ed oggi si appresta a divorare quello che resta.




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Salviamo il lavoro, non la miniera

Un posto di lavoro, un voto, che potrebbe trascinare ancora l'intero Sulcis nel baratro dell'inquinamento, della malattia. [Eleonora Di Marino] 





di Eleonora Di Marino

"Nel momento in cui c'è connivenza tra sindacati, politici e imprenditori tutto va a puttane, in primis la nostra salute" scriveva Gianni Lagorio, morto di tumore a 48 anni. Niente di più vero, considerando le dichiarazioni degli ultimi giorni di Roberto Puddu, Fabio Enne e Mario Crò, rispettivamente rappresentanti di CGIL, CISL e UIL per il Sulcis Iglesiente, che firmano un comunicato in cui si definiscono «dolose e pretestuose» le rappresentazioni di «un'industria che continua a inquinare indiscriminatamente, privilegiando solo il profitto», fatte da persone che si ribellano in nome della salvaguardia dell'ambiente e della salute, quelle persone a cui le fabbriche sono state costruite a pochi passi da casa, e che qui vengono ridotti a «pericolosi e a caccia di notorietà fine a se stessa che periodicamente dipingono un territorio fortemente compromesso dall'inquinamento industriale» e che «hanno il solo risultato di allontanare gli investitori e i turisti».

Intanto loro, i sindacati, insieme a politici e candidati alle Parlamentari di turno, hanno un piano per uscire dalla crisi, anzi due, forse anche tre, ma non per uscire dal circolo delle clientele e dalla prospettiva di finire di uccidere un territorio non ancora del tutto distrutto. Anche la campagna elettorale di quelle forze politiche che hanno firmato, a livello nazionale, l'appello di Greenpeace contro il carbone, nel Sulcis è orientata al grido "l'alluminio deve avere un ruolo principe", "il carbone può essere bruciato in modo pulito (emissioni zero)".

Nelle tavole rotonde e nei convegni organizzati dai vari candidati, tra un Piano Sulcis ed una Zona Franca, ecco apparire, indossando la maschera "ambiente e sviluppo", chi vede prospettive in tal senso solo al futuro remoto, non pensando nessuna alternativa, nel medio e breve termine, all'alluminio ed al carbone, dandosi quindi un gran da fare per cercare qualche voto cassaintegrato, cantando le lodi di un previsto maxi ammodernamento delle industrie pesanti che le trasformerebbe, come per magia, nell'avanguardia "green" che il mondo sta aspettando, e che catapulterebbe il nostro territorio non solo nel mercato mondiale, ma addirittura nel dibattito scientifico più avanzato.

Un posto di lavoro, un voto, che potrebbe trascinare ancora l'intero Sulcis nel baratro dell'inquinamento, della malattia, di una vera e propria schiavitù fatta d'amore per il carnefice, il tutto naturalmente messo tra le righe (ma non troppo) di un "noi siamo per le bonifiche, per gli agriturismi, la pesca, la pastorizia, il turismo" e quante altre belle cose ti puoi immaginare nei pressi di centinaia di discariche figlie della miniera e dell'industria, che continueranno ad essere alimentate in nome dell'occupazione.

Si parte dal piano, della cui diffusione bisogna ritenere responsabili proprio politica e sindacato, che cerca di tenere in piedi un carrozzone clientelare ed anacronistico come la Carbosulcis, scommettendo (più di un miliardo di euro) su avveniristiche frontiere ad emissioni zero nel nome della difesa di un posto di lavoro, naturalmente in miniera. Tutto questo, fino ad arrivare a chiedere il dissequestro del bacino dei fanghi rossi e nuove centrali a carbone (per quelle nucleari il territorio dovrà aspettare di essere ancora più ridotto alla fame). Parliamo del cosiddetto "carbone pulito": un nome ma non una garanzia, "emissioni zero" non significa infatti che non ce ne sono, ma che quelle disperse nell'aria sono ridotte perché le restanti vengono stoccate nel sottosuolo. Il nome tecnico è CCS (Carbon Capture and Storage), decisamente meno rassicurante, visto che più che una soluzione pulita essa rappresenta un metaforico "nascondere la polvere sotto il tappeto". Una "polvere" che costa al nostro Paese 366 morti premature l'anno (una al giorno), e danni (sanitari, ambientali, economici) stimabili nell'ordine di quasi 1,8 miliardi di euro.

Ma qual è la verità sul "CARBONE PULITO"?

La CCS consuma tra il 10% e il 40% dell'energia prodotta da una centrale termoelettrica: l'adozione su ampia scala di tale tecnologia annullerebbe, quindi, i miglioramenti in termini di efficienza degli ultimi 50 anni e farebbe aumentare il consumo delle risorse di un terzo.
Stefano Casertano, nel suo illuminante "La guerra del clima. Geopolitica delle energie rinnovabili", un'analisi super partes che coglie appieno la complessità della questione energetica in chiave politica e sociale, scrive:

"Il problema è che il mercato non è in grado di sopportare la serie di costi che la società e il pianeta devono sostenere per l'emissione di CO2. Questi costi sono definiti dagli economisti "esternalità negative": per esempio, le centrali a carbone cinesi costano poco agli investitori (come costi diretti), ma sono carissime per la collettività: l'inquinamento è un'esternalità negativa che non ha valore di mercato. [.] Se dessimo un prezzo alle emissioni dovute alle centrali a carbone, il prezzo dell'elettricità prodotta con questo metodo sarebbe molto più alto. In particolare, se al posto del concetto di costi per produrre energia impiegassimo quello di costi per ridurre le emissioni a parità di energia impiegata, il carbone non sarebbe molto conveniente. Un impianto eolico riesce a ridurre le emissioni di CO2 di una tonnellata al costo di 40-45 euro, mentre un impianto a carbone pulito [.] con annesso sistema di stoccaggio delle emissioni, ha un costo di riduzione che potrebbe arrivare a 70 euro per tonnellata di CO2."

La CCS è una tecnologia costosa: l'investimento per la sua installazione, per quanto riguarda la centrale nel Sulcis, sarebbe pari a 1,6 miliardi di euro, ovvero 200 milioni per 8 anni, che andrebbero a gravare parzialmente sulla bolletta della popolazione.

Una scelta di questo tipo potrebbe far raddoppiare i costi per la realizzazione di centrali a carbone, con un aumento dei prezzi dell'elettricità del 20-90%: il denaro speso per la CCS farebbe allontanare gli investimenti destinati a soluzioni sostenibili, come fonti rinnovabili ed efficienza energetica.

Ma non finisce qui: il confinamento sicuro della CO2 nel sottosuolo non può essere garantito ed una perdita pari all'1% renderebbe inutile l'investimento, in quanto comprometterebbe qualsiasi sforzo per cui era finalizzato. E dall'1% ad un 5% il passo è breve: pensiamo alla possibilità che, dopo un lento ma sistematico accumulo nel sottosuolo nel raggio di anni o decenni, in seguito ad un errore umano o eventi geologici o altre modificazioni delle strutture di contenimento, questa CO2 riesca a trovare un varco ed a fuoriuscire, in un modo graduale e silenzioso prolungato nel tempo, o addirittura in un massiccio quantitativo. L'anidride carbonica è inodore e ad alte concentrazioni è letale: un'atmosfera che contiene oltre il 5% di anidride carbonica è tossica per gli esseri umani e per gli animali, saturando l'emoglobina del sangue, impedendole di legarsi all'ossigeno e bloccando quindi l'ossigenazione dei tessuti. Persone che respirano un'aria contenente lo 0,5% (5000 ppm) di anidride carbonica per più di mezz'ora mostrano i sintomi di un'ipercapnia acuta (in caso di grave ipercapnia la sintomatologia progredisce verso il disorientamento, il panico, l'iperventilazione, le convulsioni, la perdita di coscienza, e può portare fino alla morte).

Basta una piccola ricerca su internet, per andare a riscontrare che casi di fuoriuscita sono già avvenuti: oltre all'episodio, completamente naturale, della bolla di anidride carbonica sopita al di sotto del Lago Nyos, in Camerun, che nel 1986 uscì uccidendo più di 1800 persone, e che dovrebbe dimostrarci in maniera pratica cosa succede in una certa eventualità, si legge del fallito sequestro geologico a Saskatchewan, una provincia del Canada, datato Gennaio 2011. Dopo un'inspiegabile morte in massa degli animali del circondario ed aver scoperto che un pozzo in una cava di ghiaia "ha cominciato a comportarsi come una bottiglia di Coca Cola che viene stappata dopo essere stata ben ben agitata", i proprietari del terreno hanno fatto fare una perizia, secondo la quale le concentrazioni di anidride carbonica superavano enormemente quelle normali. In base a una serie di analisi relative alle caratteristiche di questa stessa anidride carbonica, è stato messo nero su bianco che si tratta proprio di quella iniettata nel giacimento di Weyburn, attivo da soli 5 anni. Solo 5 anni, che dovevano essere centinaia, migliaia di anni. E quella era solo una piccolissima parte del gas stoccato (13 milioni di tonnellate). Nella confusione di perizie e contro-perizie, c'è chi conferma e chi smentisce, ma vale la pena rischiare per ciò che mostra già segni di instabilità dopo pochi anni dall'attivazione? A maggior ragione in una terra come la nostra, in cui sole e vento, materie prime per le rinnovabili, sono così generosi.

Considerando che le previsioni la valutano non stabile prima del 2030, e non è detto che lo sia mai, la scelta sta tra metterci in casa una tecnologia del tutto esplosiva prima del tempo, o aspettare ancora 17 anni, quando questa non sarà di certo un'avanguardia della tecnica. Intanto, passeranno altri 17 anni, per cui politici e sindacati potranno viaggiare su questa balla, prima di inventarne un'altra. Non solo: altri 17 anni di emissioni che finiranno di distruggere gli ormai delicatissimi equilibri ambientali, già oggi non recuperabili. Secondo un calcolo operato dal comitato Carlofortini Preoccupati, seguendo i dati estrapolati dalla stima fatta dall'Agenzia Europea per la zona di Portovesme per il 2009 in termini di salute persa, cioè i costi sanitari che subisce la popolazione sulcitana per vivere al fianco delle ciminiere, il danno sanitario, considerando solo le emissioni della centrale a carbone Enel e dell'Alcoa, varia complessivamente tra i 149 e i 262 milioni di euro. Hanno allo stesso modo calcolato, quindi, quanto potrebbe essere il costo per ogni abitante del Sulcis, che varierebbe così tra i 1000 e i 2000 euro l'anno. Il risultato è a dir poco allarmante se si considera che il costo risulta essere 6 volte superiore alla media europea (200 e 330 euro l'anno per ciascun cittadino della comunità).

Una parte della popolazione inizia a ribellarsi al ricatto perpetuato ormai da decenni per tenere in vita una miniera che oltretutto produce un carbone non competitivo (con un contenuto di zolfo pari al 6,5% rispetto allo 0,5% di quello prodotto dai giacimenti della svizzera Glencore o quello polacco, deve essere miscelato con altri tipi di carbone per eliminare i rischi di autocombustione), mettendo in agitazione chi dovrebbe tutelare il lavoro ed i lavoratori, e che invece, in questo territorio, sta dalla parte di chi vuole il lavoro ad ogni costo: dalla parte di Enel e delle multinazionali, non più da quella del Sulcis.



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Piano Sulcis: un’occasione persa in partenza?

 E’ uscito il bando di concorso internazionale “Un’idea per lo sviluppo sostenibile del Sulcis”  [Eleonora Di Marino] 





di Eleonora Di Marino

Tadaaan! E' uscito il bando di concorso internazionale "Un'idea per lo sviluppo sostenibile del Sulcis" previsto all'interno del Protocollo di Intesa del 13 novembre 2012, siglato tra il Ministero dello Sviluppo Economico, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il Ministro per la Coesione territoriale, la Regione Autonoma della Sardegna, la Provincia di Carbonia-Iglesias ed i Comuni del Sulcis Iglesiente, e più comunemente conosciuto come Piano Sulcis.

Nato dalla volontà di produrre crescita e sviluppo per l'area del Sulcis, offrendo nuove prospettive socio-economiche al territorio, si pone l'obiettivo di «stimolare il "mercato" locale, nazionale e internazionale delle idee per valorizzare il "luogo" Sulcis Iglesiente e di raccogliere idee per lo sviluppo». Sarà curato dall'Agenzia nazionale per l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo d'impresa Invitalia, una volta Sviluppo Italia. Quella Sviluppo Italia, che è stata considerata una dei più imponenti meccanismi clientelari messi su dalla politica italiana, responsabile, nei suoi pochi anni di vita, dello spreco di centinaia di milioni di euro.

Sviluppo Italia fu al centro di numerose polemiche e di denunce da parte di chi vi si è affidato. E' il caso, ad esempio, dell'investitore straniero che a Sciacca (Sicilia) presentò il progetto per un campo da golf sulla spiaggia e gli fu approvato (?!). Sviluppo Italia, che doveva essere solo un intermediario governativo incaricato di agevolare lo straniero che avrebbe portato al Sud "soldi e sviluppo" (e che in realtà significò piuttosto clientela, con una gran fetta di popolazione giustamente contro, che vedeva privatizzarsi le spiagge non a proprio guadagno), entrò invece in società con lo stesso investitore, si fece dare dei soldi dalla Regione per mettere posto la costa ma, non essendo questo suo compito, non lo fece. Come se non bastasse, fece male anche ciò che lo era, e cioè supervisionare i progetti, per cui i lavori si fermarono e vennero messi i sigilli al cantiere.

Sviluppo Italia, oltre ad attrarre investimenti, si occupava anche dei "prestiti d'onore" (cioè un finanziamento per la creazione di nuove imprese). Assolutamente numerosi sono i giovani imprenditori che raccontano la disavventura vissuta: Sviluppo Italia accetta i progetti, incita l'imprenditore ad andare avanti e promette di pagare le fatture in un futuro prossimo. Le verifiche al progetto vengono fatte solo successivamente, e non sono pochi i casi un cui, in questo secondo momento, l'Agenzia si tira indietro, lasciando l'imprenditore sommerso di debiti. E' il caso dell'Azienda Vinicola Boschi, che decise di ingrandirsi ed a cui per questo furono promessi 13 miliardi di lire. La Sviluppo Italia pretese per il finanziamento le fatture quietanzate, per cui il proprietario si indebitò con le banche in attesa del denaro pattuito, ma i soldi non arrivarono mai. Le banche revocarono gli affidamenti e ed ipotecarono i suoi possedimenti, fino a sommergerlo di debiti per cifre da capogiro (30 miliardi di lire).

Nel 2007 Sviluppo Italia cambiò gestione, con un nuovo vertice scelto e voluto da Bersani, allora ministro. La gestione del prestiti d'onore prevedeva, inoltre, l'erogazione di vari servizi tecnici e di supporto definiti "tutoraggio", indispensabili e necessari per gestire al meglio l' attività nei primi anni di vita e permettere il corretto compimento del disciplinare che le varie condizioni contrattuali imponevano. Sono migliaia e migliaia i casi in cui i beneficiari hanno letteralmente visto fallire la loro attività imprenditoriale a causa della mancata erogazione di questi servizi per i quali Sviluppo Italia era impegnata contrattualmente alla loro erogazione. Uno dei casi più recenti è quello di Diego Blasi, 44 anni, uscito su Il Sole24Ore nell'ottobre del 2012. «Dopo aver fatto fallire centinaia di attività imprenditoriali» scrive Blasi « al danno si aggiunge la beffa: Invitalia bussa ora alla porta di coloro che hanno aderito al prestito d'onore richiedendo indietro i finanziamenti erogati e gli interessi maturati in tutti questi anni (in cui sono loro a essere stati latitanti) nonostante le iniziative imprenditoriali non siano mai decollate a causa loro. Dalla fine del 2011 stanno procedendo infatti alla notifica di migliaia di decreti ingiuntivi mettendo letteralmente sul lastrico molte famiglie».

Dobbiamo sentirci in buone mani? Un'informazione del genere alza il livello di guardia, che non è mai abbastanza quando si parla di 451 milioni di euro in mano a chi solitamente non si fa molti scrupoli nello speculare sui territori in crisi, rappresentando essi, anzi, un'occasione decisamente ghiotta per raccogliere il bottino e lasciare alla popolazione un vuoto ancora più vuoto. Ad una lettura anche superficiale, il Piano Sulcis rivela contraddizioni che non passano inosservate: convivono insieme l'obiettivo di sviluppare la filiera agro-alimentare ed allo stesso tempo salvaguardare l'industria dell'alluminio, quella del bacino di 20 milioni di metri cubi di fanghi rossi. Incentivare il turismo e far transitare i turisti sotto le ciminiere? Ritenere necessario un risanamento del territorio tramite le bonifiche ma produrre ulteriori veleni? Per non parlare della prospettiva dello stoccaggio di CO2 per mantenere in piedi il carrozzone Carbosulcis.

Numerose polemiche sono nate sulla natura stessa del Piano Sulcis, che in realtà sarebbe una sorta di restyling di fondi già stanziati, soldi già spesi o in fase di spesa spacciati per nuovi: questo di sicuro avviene per quanto riguarda le bonifiche, con il paragrafo che recita chiaramente "La Regione Sardegna ha già deliberato per un totale di 177,668 €/mln". 177 milioni sono tanti, ma ci si chiede quanto siano effettivamente questi in confronto a quelli che servirebbero a risanare completamente il territorio: sommando insieme le cifre che appaiono sui documenti della Regione Sardegna sui "Finanziamenti Per La Realizzazione Degli Interventi Di Risanamento E Bonifica Dei Siti Minerari Dismessi", che ne fanno una stima sito per sito, arriviamo ad un complessivo 719,091 €/mln.

Siamo ancora ben lontani dal raggiungimento dell'utopia possibile di un Sulcis rimesso in moto da uno sviluppo sostenibile, se anche i piani del governo affrontano questioni di vitale importanza in un modo fin troppo superficiale, per non dire pervertitamene demagogico: giusto quello di cui ha bisogno un territorio già irrimediabilmente devastato da storiche insane intenzioni!



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Parco eolico Sirai: energia pulita?

A Carbonia c'è aria di tempesta, e non solo per il maltempo dei giorni scorsi. [Eleonora Di Marino]



di Eleonora Di Marino

A Carbonia c'è aria di tempesta, e non solo per il maltempo dei giorni scorsi. Il 25 Febbraio, nel pieno svolgimento delle elezioni politiche, al Lu Hotel di Carbonia la società GAIA S.r.l. di Creazzo (Vicenza), insieme ai tecnici regionali, presentava di soppiatto (annunciandolo in un minuscolo trafiletto delle "comunicazioni legali" sulla Nuova Sardegna), il progetto ed il relativo studio di impatto ambientale per l'intervento di realizzazione, nei confini del Comune, ai piedi di Monte Sirai, di un parco eolico costituito da 14 aerogeneratori da 3,6 MW cadauno, per una potenza globale installata di 50,4 MW.

La notizia non ha comunque tardato ad esplodere sul web, per mezzo del quale, tra l'indignazione generale, un gruppo di cittadini ha organizzato una vera e propria rappresaglia contro le intenzioni del   Proponente durante la presentazione (la "Procedura di Valutazione di Impatto Ambientale" della Regione Sardegna prevede, nell'Allegato A, Articolo 8, che siano acquisite agli atti le eventuali osservazioni dei cittadini singoli o associati). I motivi sono più di uno, tutti più che ragionevoli: oltre all'impatto strettamente paesaggistico ed ambientale, si pensa anche a quello storico culturale, alla salvaguardia cioè di quello che è uno dei più importanti siti archeologici del Mediterraneo, in cui è possibile visitare un insediamento fenicio e punico nella sua interezza, perché privo di costruzioni o ristrutturazioni di altre fasi storiche posteriori, oltre a testimonianze della civiltà nuragica e alle neolitiche domus de janas. Anche la posizione dell'archeologa responsabile scientifico del sito e del Museo Archeologico di Villa Sulcis non ha tardato a manifestarsi, sottolineando fortemente il devastante impatto visivo sul Parco e sulla Piana che, oltre a costituire un possibile vincolo ostativo al progetto sarebbe anche l'ennesima offesa alla storia di un popolo e alla sua identità.

Il parco eolico disterebbe, infatti, solo poche centinaia di metri da quella che è e potrebbe ancor più essere per Carbonia una risorsa turistica unica, e questo semplicemente a causa di confini tracciati in maniera discutibile sulla Delibera del 26 luglio 2007, n. 28/56 della Regione Sardegna, firmata dall'allora Direttore Generale Fulvio Dettori e, purtroppo, dal Presidente Renato Soru. La delibera, che tratta lo "Studio per l'individuazione delle aree in cui ubicare gli impianti eolici", determina che essi possano essere installati nei limiti dei 4 chilometri delle zone contermini alle aree industriali di importanza regionale (in questo caso il polo industriale di Portovesme), confine che nello specifico è estremamente adiacente con il Parco Archeologico, contrassegnato evidentemente a tavolino su una mappa, piuttosto che da un'adeguata considerazione dei beni del circondario e dalle relative "vedute". Recentemente, nel mese di Gennaio, la Regione aveva già bocciato il progetto della società Fonte Eolica per Corona Maria, nelle campagne di Nuraxi Figus, a Gonnesa, che prevedeva l'installazione di 7 pale eoliche, originariamente 10 ma ridimensionate dopo il no del Comune e della Provincia. Motivazioni? Le stesse: forte impatto paesaggistico, visibile fino alla spiaggia di Fontanamare, in «un'area ricca di emergenze archeologiche che risentirebbero di impatti irreversibili dalla realizzazione delle opere».

Ma c'è di più: ci si chiede quale sia il beneficio economico e sociale che la popolazione del territorio acquisirebbe da una tale realizzazione. E ci si da anche la risposta: nessuno. Seppure i costi della bolletta delle famiglie non subirebbero alcuna decurtazione, sarebbero invece ingenti i guadagni per chi realizza gli impianti: una pala eolica, una sola, produce all'anno circa 500 mila euro di energia e 600 mila euro di contributi, per un totale di più di un milione di euro. Moltiplichiamo per 14 ed il calcolo è presto fatto.

Con un totale di 72 aerogeneratori in progetto (30 della Portovesme s.r.l., 39 della Enel Green Power S.p.A., 3 della ALLARA S.p.A.), di cui molti già realizzati, il Sulcis non è estraneo a questo particolare utilizzo delle energie alternative, che nella maggior parte dei casi di pulito hanno la materia prima, ma non le intenzioni: basta riportare alla memoria gli scandali dell'eolico legati alla Portovesme s.r.l., con relativo arresto del sindaco di Portoscuso, o il parco eolico dell'Enel che alla popolazione hanno giovato ben poco, se non ai proprietari dei terreni, tra cui lo zio e la madre del presidente del Consiglio regionale Claudia Lombardo. L'organizzazione A Manca pro s'Indipendentzia denuncia la strana coincidenza della proprietà dei terreni, riconducibili alla famiglia Fenu-Lombardo anche nella vicenda Sirai.

Sono molte ma convergenti le prese di posizione delle associazioni ambientaliste e politiche. Gli attivisti dell'Associazione Carbonia a Cinquestelle condividono la posizione dell'amministrazione comunale che si oppone al progetto, sostenendo che le buone idee non hanno colore, sono buone idee punto e basta. Sottolineano inoltre la necessità dell'investire risorse per le energie rinnovabili, per l'efficentamento energetico degli edifici, ma vigilando sempre contro ogni tipo di speculazione.

Presentissime IRS e la già citata A Manca pro s'Indipendentzia, che si stanno facendo sentire anche attraverso i social network. A portare l'indignazione a livello istituzionale ci ha pensato Claudia Zuncheddu per Sardigna Libera: in un'interrogazione rivolta all'Assessorato alla Difesa dell'Ambiente, la Consigliera Regionale ha infatti posto in discussione "l'effettiva necessità di approvvigionamento energetico visto che, come già sottolineato in diverse occasioni, l'energia attualmente prodotta nel territorio sardo supera di gran lunga il fabbisogno della Sardegna previsto nel PEARS", il Piano Energetico Ambientale Regionale.

Inamovibile la posizione dell'amministrazione comunale di Carbonia, con la dichiarazione del sindaco Casti (PD): «Viviamo con molta preoccupazione la possibilità che venga realizzato un impianto eolico nella valle da Bruncu Teula fino al centro di Flumentepido, a poche centinaia di metri da monte Sirai. Sarà nostra cura opporci in tutti i modi alla realizzazione di un simile progetto in una zona situata in prossimità di un parco archeologico e a siti di particolare interesse culturale, storico e religioso. L'eccessiva vicinanza delle pale al sito fenicio-punico costituirebbe una pesante interferenza sull'area archeologica. Il parco già realizzato ai confini del Comune ha già prodotto una sproporzionata e inaccettabile presenza di pale eoliche su tutta la valle fino al mare».

Il progetto è stato costruito, redatto e promosso con il consueto stile della migliore comunicazione "new green economy", facendo leva sul desiderio di ridurre l'emergenza inquinamento e mascherandosi da paladini dell'ambiente, ma l'evidente mancanza di rispetto per gli abitanti del territorio e del loro patrimonio identitario ci fanno capire che siamo di fronte all'ennesimo misfatto, da aggiungere agli annali della speculazione e della distruzione del territorio più povero d'Italia. Altro che "green", questo è "black".out.



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Fontanamare e il piombo svanito nel nulla

Continua il viaggio nel Sulcis inquinato di Eleonora Di Marino, leggi il suo nuovo articolo su Fontanamare.



di Eleonora Di Marino

"La mafia non esiste" era il ritornello con cui negli anni '60 e '70 i politici democristiani in Sicilia irridevano chi iniziava a sospettare e denunciare intrecci tra Cosa Nostra e gli amministratori locali, e "della mafia non bisogna parlare", aggiungevano rivolti ai giornalisti, avvisandoli che altrimenti ci sarebbe stato un danno all'immagine della bella Isola che avrebbe allontanato turisti ed imprenditori. Allo stesso modo, nel Sulcis, "L'inquinamento non esiste". Non è nostra intenzione deludere le centinaia di fotografi, o aspiranti tali, che sul web ci restituiscono bellissime immagini della nostra bellissima costa, spesso rielaborate al computer o con filtri ed applicazioni speciali che le rendono cartoline da incorniciare: ma non è tutto oro quello che luccica, anzi, troppo spesso si tratta di piombo, cadmio o qualsiasi altro metallo, a volte colorato, a volte invisibile.

E' il caso di Piscinas, una delle spiagge più spettacolari che la Sardegna possa offrire, con le sue alte dune che se da una parte si tuffano in un mare d'acqua cristallina, dall'altra penetrano nel verde arburese. Sette chilometri di sabbia finissima, una visione da mozzare il fiato, meta di turisti da tutta Europa. Peccato, però, che sia estremamente compromessa da inquinamento da metalli pesanti: sui tre campioni prelevati dalle acque, il contenuto di cadmio oscilla da uno a quattro microgrammi per litro, oltre ogni standard previsto dal decreto ministeriale. Il problema, già messo in luce dalle associazioni ambientaliste e dall'amministrazione comunale, ha trovato spazio nei media locali solo pochi mesi fa, e solo pochi mesi fa sono state fatte le suddette analisi che hanno messo in luce una situazione drammatica. "Solo", perché in realtà l'inquinamento risale all'attività mineraria: i veleni provengono infatti dalla miniera di Casargiu. All'inizio degli anni '90, con la chiusura dell'ultimo cantiere della galleria ed il consecutivo distacco del sistema di pompe di eduzione, l'acqua proveniente dalla falda situata nelle profondità della miniera ha trovato uno sbocco libero per fuoriuscire liberamente al livello del piano strada, risalendo 160 m di gallerie. Così i veleni (cadmio, arsenico, nichel, cobalto, zinco, manganese, ferro) vengono trasportati per chilometri dal Rio Irvi, ribattezzato dalla popolazione Rio Rosso per il suo innaturale colore, congiungendosi al Rio Piscinas per raggiungere il mare attraverso la sua foce.

Non c'è da stupirsi, ma da indignarsi, visto che le bonifiche dovevano essere state fatte, ma sono state fatte male, con soldi stanziati per un sistema di depurazione che ad oggi è perfettamente inutile, perché di scarse dimensioni: su cinquanta litri d'acqua al secondo provenienti dalle gallerie, ha la capacità di depurarne a mala pena quindici. Nemmeno un cartello, intanto, avvisa i bagnanti del rischio: nel maggio dell'anno scorso veniva fotografata (ed informata) una famigliola di turisti tedeschi, intenti a fare il bagno nella foce rossa del Rio.

Piscinas non è certo l'unico sito in cui l'inquinamento compromette le nostre più preziose bellezze balneari: possiamo citare il paradiso che a Portoscuso, negli ultimi quarant'anni, non ha potuto che soccombere sotto il peso dell'inferno del polo industriale e che sopravvive in piccoli angoli nascosti di pura bellezza, dove pescatori con reti su piccole barchette, e chi, con canne da pesca dalla riva, pare farlo per fame più che per mestiere, si aggiudicano un bottino avvelenato dalle ciminiere che alle loro spalle interrompono il paesaggio e rendono la visione dolorosamente paradossale.

Ci sono dei luoghi, però, dove l'inquinamento è davvero invisibile, anzi, "insabbiato". Si parla di una delle spiagge più belle e frequentate dell'Iglesiente, appartenente al Comune di Gonnesa: Fontanamare (Funtan'e Mari). Mare cristallino e sistema dunare anche qui, è delimitata da una scogliera e dai resti del porto minerario. Pochi sanno, o pochi dicono, che la spiaggia dovrebbe essere, ma non lo è mai stata, chiusa dal 2006: è di quell'anno, infatti, il provvedimento del Ministero dell'Ambiente, che impose all'amministrazione comunale di vietare la frequentazione della spiaggia, a causa delle elevate percentuali di piombo, zinco, cadmio e mercurio rilevate dai carotaggi effettuati nell'arenile per il Piano di Caratterizzazione. C'era di sicuro da aspettarselo, visto che la spiaggia è stata uno snodo fondamentale per l'attività mineraria: ecco la presenza di una ex fonderia, costruita alla fine dell'Ottocento, per la fusione dei materiali piombiferi e due forni per la calcinazione delle calamine. Mentre le scorie non venivano mai allontanate dal luogo di lavorazione, ma abbancate nei pressi e gettate in mare (nere e vetrose, è ancora possibile trovarne tra ciottoli sulla riva) il minerale veniva imbarcato nei battelli dal porticciolo della spiaggia e quindi trasportato a Carloforte. Sempre alla fine dell'Ottocento, per risolvere il problema dell'eduzione delle acque nelle gallerie della miniera di Monteponi, che non permetteva la coltivazione del giacimento sotto una certa quota, venne scavato un tunnel di 4,2 chilometri che permetteva all'acqua di defluire dalle profondità della miniera per raggiungere proprio Fontanamare.

Ma la fonte di inquinamento riconosciuta come più imponente, anche perché ancora "attiva", è la foce del Rio San Giorgio: esso sfocia al mare dopo aver raccolto, nel suo corso, i veleni delle discariche che attraversa, passando per la grande palude "Sa Masa" (una delle zone umide più importanti della Sardegna e habitat per numerose popolazioni di uccelli, tra cui un individuo di "anatra marmorizzata", specie della massima rarità a livello globale, il cui ultimo avvistamento per la Sardegna risaliva al 1932), anch'essa compromessa non solo per i metalli in arrivo, con le acque del Rio San Giorgio, Riu Gonnesa e Riu Sa Crabiola, da miniere come le vicine San Giovanni e Sedd'e Modditzis, ma anche da un progressivo interramento con discariche d'ogni genere (persino catrame), in particolare ad ovest del colle di Su Prelau.

Inutile dire che anche qui oltre a nessuna misura di sicurezza, non è presente nessun cartello che informi sullo stato di salute della spiaggia, nemmeno alla foce del Rio, che si ricongiunge direttamente al mare, tagliando un naturale confine tra la prima piccola spiaggetta ed il resto di Fontanamare.

Come si sta agendo? Oltre al progetto di Igea per la raccolta delle acque dei siti che perciò non si riverseranno più nel Rio, ma verranno contenute in apposite vasche per essere poi depurate, niente pare essere stato fatto per la bonifica della spiaggia, in cui i veleni si sono accumulati per 150 anni, e che continua ad essere aperta e frequentata sia dai bagnanti che dai pescatori.

Intanto, c'è chi vorrebbe rilanciarla turisticamente con piani che per fortuna sono solo teoria: vedi la totale bonifica della palude Sa Masa per la costruzione di un porticciolo turistico (con la relativa distruzione del delicato ecosistema), o, per moltiplicare gli accessi alla spiaggia, la costruzione di strade che andrebbero però a compromettere il sistema dunare. Per quanto riguarda i piani strategici amatoriali, invece, pare che i turisti non aspettino altro che la costruzione di enormi alberghi sulla spiaggia: girano su internet, con tutto l'entusiasmo di una parte della popolazione, progetti mal photoshoppati di una Fontanamare presa d'assalto da kitschissimi parassiti di cemento.

Tra il sogno e l'incubo, progetti che difficilmente (speriamo) troveranno attuazione. Ma non c'è da stare poi così tranquilli: la politica è pericolosa quando è ridotta a mera ricerca del consenso, e quando questo consenso può portare personali guadagni, non c'è scrupolo che tenga. In piena estate, l'anno scorso, il Comune di Gonnesa cominciò la costruzione di quello che doveva essere, a detta del sindaco Cocco, un "chioschetto" sulla spiaggia (e quindi posti di lavoro). A 20 metri dalla riva, venivano depositati più di un centinaio di grossi blocchi di cemento, che sarebbero dovuti servire come fondamenta di quello che si rivelava essere un vero e proprio edificio, seppur in legno. L'indignazione di un buon numero di persone, che indagò un po' più a fondo sulla vicenda, portò alla luce che l'ex Assessore che aveva redatto il PUL, oltre che Consigliere appena dimissionario (ed eccone il motivo), fosse anche il progettista della costruzione.



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Sulcis: quando i veleni ti inducono al suicidio

E' da metalli pesanti l'inquinamento del Sulcis, territorio a vocazione mineraria da millenni.[Eleonora Di Marino]



di Eleonora Di Marino

Metalli pesanti: sostanze base della composizione di molti organismi viventi, compreso quello umano. Presenti in natura, diventano inquinamento quando se ne spezza l'originario equilibrio, aumentandone la concentrazione.

E' da metalli pesanti l'inquinamento del Sulcis, territorio a vocazione mineraria da millenni, il cui apice, con l'avvento della rivoluzione industriale, è anche il periodo di massimo sfruttamento che ha visto comparire migliaia di discariche di fanghi dislocati su tutto il territorio, scarti della lavorazione dei minerali. E' da metalli pesanti l'inquinamento proveniente dalle industrie dell'alluminio e dalla centrale a carbone di Portovesme, nei milioni di metri cubi di fanghi rossi, dalle cui ciminiere fuoriescono, tra gli altri, arsenico e mercurio, polveri sottili e ultrasottili, anidride solforosa e biossido   di azoto. Inquinamenti visibili ed invisibili, che non solo attraverso l'alimentazione, ma anche attraverso la stessa aria che respiriamo, raggiungono il nostro organismo per accumularvisi, lentamente, creando gravi, spesso letali, conseguenze.

"Nelle aree industriali i principali aumenti di rischio sono per i tumori della pleura, polmone, fegato, vescica e tessuto linfoematopoietico, per le malattie circolatorie, le malattie dell'apparato respiratorio e, tra queste, la pneumoconiosi. Nelle aree minerarie sono stati rilevati eccessi di mortalità negli uomini per malattie respiratorie (compresi pneumoconiosi e tumore polmonare), nelle donne per malattie cardiocircolatorie." recita lo studio SENTIERI, promosso dall'Istituto Superiore di Sanità, riguardo il Sulcis Iglesiente.

Oltre la dimostrata insorgenza di tumori dovuta ad una prolungata esposizione a queste sostanze (l'arsenico, ad esempio, può essere causa di cancro linfatico, cancro al fegato, cancro della pelle, così come è stato provato un incremento di mortalità per tumore del pancreas nell'industria dell'alluminio ALCOA), patologie più difficili da conoscere e riconoscere possono insorgere per una presenza di metalli pesanti oltre il limite: danni al sistema nervoso centrale e demenza (alluminio), fratture ossee, danni immunitari, disordini psicologici (cadmio), distruzione del sistema nervoso (piombo), danni al cervello, danni al DNA (mercurio), sono solo alcune delle conseguenze del nostro contatto prolungato con un ambiente gravemente compromesso.

Nel 1998, un gruppo di ricercatori decise di intraprendere uno studio, avvenuto in dieci anni, sull'impatto dell'inquinamento da piombo sul quoziente di intelligenza dei bambini di Portoscuso, attraverso l'analisi del capello su 800 bambini sardi provenienti da Portoscuso, Sant'Antioco e Sestu, Carbonia, Gonnesa, San Giovanni Suergiu e Sinnai, Perdasdefogu, Escalaplano e Jerzu. L'analisi dei dati ha evidenziato che i valori di piombo presente nei bambini di Portoscuso sono il doppio di quelli di Sant'Antioco e quattro volte quelli di Sestu. Associando ad essi delle variabili riguardanti lo sviluppo dell'organismo, la ricerca mise in luce che respirare il piombo non fa crescere i bambini. L'esposizione al piombo non solo influenza il livello del quoziente intellettivo, ma può causare encefalopatia, atassia, deficit del linguaggio, convulsioni e coma, deficit dell'apprendimento, dell'integrazione spaziale e problemi di coordinazione motoria, iperattività, carenza d'attenzione ed anche aggressività.

I metalli pesanti sarebbero quindi in grado di influenzare le funzioni cerebrali, ed insieme ad essa, anche la sfera comportamentale. Il piombo causa stanchezza ed irritabilità, così come il mercurio, al quale possiamo attribuire anche disfunzioni del discorso; il cadmio anomalie del comportamento, l'alluminio è stato associato alla malattia di Alzheimer e alla demenza da dialisi, perciò difficoltà della memoria e da cambiamenti dell'apprendimento e della personalità.

La presenza nell'organismo di metalli pesanti, tra cui il mercurio in primis, ma anche cadmio e piombo, possono condurre a forme depressive anche gravi, così come uno squilibrio del rame, che influisce sull'attività ghiandolare e contribuisce a diminuire il livello di energia, incrementando le paure che possono condurre alla malattia. Possiamo considerare un caso il fatto che il Sulcis, oltre ad essere il territorio più povero ed inquinato d'Italia, sia anche, secondo le statistiche ufficiali risalenti al dicembre 2011, quello con il più alto numero di suicidi (11,5 ogni 100 mila abitanti, più del doppio della percentuale nazionale, uno dei più alti d'Europa)?

Secondo queste premesse, l'inquinamento, e quindi l'intossicazione da metalli pesanti, potrebbe verosimilmente essere, insieme alla crisi economica e sociale, causa scatenante di questi disequilibri. Eppure nel Sulcis si continua a prendere ed a perdere tempo, destinando ingenti risorse (leggi Piano Sulcis) al mantenimento in vita delle produzioni che hanno ucciso e che continuano ad uccidere l'uomo, la dignità e l'ambiente, riservando alle bonifiche soluzioni e risorse parziali che non permettono un'adeguata riconversione nei tempi e nei modi necessari per un vero rilancio del territorio: non sarà per caso che questi veleni hanno già intaccato il delicato organismo dei nostri politici?



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Sulcis: se Grilli firma, è zona di esenzione fiscale

Zona a esenzione fiscale e zona franca integrale, due cose ben diverse. [Eleonora Di Marino]




di Eleonora Di Marino

Carbonia, Grande Miniera di Serbariu, 13 Novembre 2012: i ministri Barca e Passera sono costretti a fuggire in elicottero, la strada d'accesso è bloccata da una montagna di materiali, circondati da una folla di lavoratori che aveva messo in scena una vera e propria guerriglia urbana. Alla fine della giornata si sarebbero contati 26 agenti feriti e due manifestanti fermati.

Ospitando il vertice sulla vertenza Sulcis, la sede dell'Auditorium (pur venendo meno, per l'ennesima volta, al suo desiderio di diventare Territorium Museum of contemporary public & social art), riporterà la "Miniera" a luogo di lotta dei lavoratori delle industrie che l'hanno sostituita. Lo stesso giorno, infatti, i lavoratori della Rockwool occupano, per la seconda ed ultima volta, quella di Monteponi, quelli degli appalti Alcoa, da lì a poco tempo, torneranno proprio in quella di Serbariu, mentre i minatori della Carbosulcis, avevano, giocoforza, già espresso la loro protesta nelle viscere della terra più povera d'Italia: eppure i ministri dello Sviluppo Economico e della Coesione Territoriale, insieme al sottosegretario Claudio De Vincenti, ai Presidenti della Regione e della Provincia, alle forze sociali, avevano firmato un Piano che avrebbe portato nel Sulcis ben 450 milioni di euro. Oggi quella politica, e quel sindacato, non perdono occasione di sventolare e rivendicare quel Piano come una conquista per tutti i lavoratori, un Piano da cui ogni giorno escono importanti opportunità neppure fosse un cilindro magico, e noi non facciamo che stupirci e meravigliarci, così come quei lavoratori che li avevano messi sotto assedio, per cotanta bontà d'animo e risorse. Anche l'ultima notizia, la firma del decreto attuativo che istituisce nel Sulcis la zona di esenzione fiscale per le imprese con meno di 50 dipendenti che vedranno abbattuti Irpef, Ires, Irap, Imu, seppur opera ed azione storica del Senatore (oggi Deputato) della Repubblica Francesco Sanna, è figlia di quel Piano, o meglio di quella firma, o meglio ancora di quei 100 milioni di euro per le imprese ancora da finalizzare nel Piano, e ben altri 130 milioni che dovrebbero (bontà e parola loro) arrivare dalle sanzioni a carico delle aziende energivore.

Il deputato del Pd Francesco Sanna sottolinea che "Se la firma del ministro Grilli arrivasse subito - senza attendere un nuovo Governo - si passerebbe alla fase del bando, alla quale sono potenzialmente interessate oltre settemila micro e piccole imprese": forse prevede che il cammino di Bersani per formarne uno nuovo è ancora così lungo? O sta lasciandoci intendere che con un Governo nuovo non è detto che tutto vada in quella direzione? Probabilmente l'onorevole Sanna risente ancora del segno di gratitudine per il suo lavoro che i suoi PD conterranei gli avevano dimostrato mobilitandosi nel tentativo di non rinnovargli il mandato parlamentare preferendo alle primarie un Cani qualunque, ma segretario provinciale del suo partito. Forse anche per questo punta i piedi nella sua terra, mettendo bene in chiaro che la zona di esenzione fiscale è una cosa che si deve fare e si può fare subito; al contrario di quella franca integrale, aggiungiamo noi, che ai distratti può sembrare la stessa cosa ma che proprio la stessa cosa non è, anche perché quella è una cosa che non si può fare e che non si può fare subito, almeno in questo governo, almeno in questa Europa.



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Non tutto è perduto se c'è l'open source

C'è chi non aspetta e organizza la rinascita economica e culturale del Sulcis, puntando sull'innovazione open source. [Eleonora Di Marino]


  
di Eleonora Di Marino

Mentre la politica illude e disillude, facendoci credere di avere ancora in mano soluzioni per programmi e progetti da essa supersponsorizzati, c'è chi non aspetta ed auto organizza la rinascita economica e culturale del Sulcis, puntando sull'innovazione open source, proprio nel territorio più povero, depresso ed inquinato d'Italia: su un terreno di crisi economica e sociale, reso sia letteralmente che metaforicamente sterile da milioni di tonnellate di fanghi rossi ed industrie devastanti, in cui anche la sola idea di uno sviluppo alternativo ad esse è stata etichettata, da chi ne aveva l'interesse, un'utopia irrealizzabile, sbocciano quindi germogli per una rinascita.

Quella che accade a Barega, da un anno a questa parte, è una vera e propria Resistenza: 9 ettari di terreno, nella campagna tra Carbonia ed Iglesias, sono diventati base operativa per una rete di cittadini che sperimenta nuove forme di sopravvivenza, all'esterno da quelle forme di "mercato" delle azioni e delle finanze a cui i media ci hanno abituato, ma vero e proprio, genuino e tradizionale, "mercato", solidale e sostenibile, fatto prima di tutto di scambio di saperi.

Nel territorio in cui i ruderi minerari cadono a pezzi, o vengono direttamente rasi al suolo per essere sostituiti da parassiti di cemento oltre ai limiti del kitsch, in cui la speculazione edilizia fa da   padrona e distrugge colata dopo colata un patrimonio di paesaggi mozzafiato, in cui per molti il sogno dello sviluppo passa attraverso alberghi a dieci piani sulla spiaggia, con riferimenti estetici a Dubai catapultati, nell'immaginario, sulla costa incontaminata di Masua, l'esperienza di Barega nasce attorno alla costruzione di un prototipo abitativo a basso impatto ambientale, con materiali a km 0, in maggior parte ricavati dallo stesso terreno, migliore nel comfort, nella salubrità, nell'efficienza energetica di qualsiasi casa standard. La vera rivoluzione? Che costa meno, e non finisce qua. L'associazione Progetto B.A.R.E.G.A. (nome della località diventato acronimo di Bio   Architettura Rete Economica Gruppo d'Azione), nello spirito di condivisione che aleggia in qualsiasi attività svolta in quel pezzo di terra, ha fatto di ogni step del progetto occasione per un workshop sul tema: affiancato da esperti venuti da ogni parte d'Italia, chi si è recato a Barega ha potuto imparare i segreti della costruzione in terra cruda, toccare con mano la resistenza di un muro fatto di balle di paglia, scoprire che intonacare con il fango è anche divertente, riportando a misura d'uomo quella che è un'attività umana da millenni, riappropriandosene, facendola propria, con la possibilità di riprodurla e ritrasmetterla. Nel lotto di terra, un orto coltivato con l'estremo rispetto dei ritmi naturali dell'agricoltura biologica, costituirebbe potenzialmente il sostentamento per gli inquilini del prototipo.

Fin dall'inizio, questo gioiello dell'autosostentamento ha naturalmente gravitato attorno a se molti di quelli che, nel Sulcis, credono fermamente che lo sviluppo del territorio debba passare prima di tutto attraverso una rivoluzione culturale: l'incontro di queste persone ed associazioni, tra sogni e progetti, ha dato il via ad una serie di eventi, tra cui l'Agrifest, festival organizzato da Baccanale, che chiama a raccolta i migliori gruppi del panorama musicale sardo emergente, comprese eccellenze emigrate in altre capitali d'Europa, e la Agri-Art Gallery, galleria d'arte contemporanea a cielo aperto, curata dal collettivo GiuseppeFrau Gallery, con una programmazione volta ad alternare artisti sardi e di ogni nazionalità che si mettano in gioco e si confrontino con l'essenza del progetto ed il suo contesto, e perciò con la condizione di crisi economica, sociale ed ambientale del Sulcis e dell'Iglesiente; non manca poi l'occasione di scoprire nuove avanguardie dell'autoproduzione: è il caso ad esempio della stampante 3D, presentata dall'associazione Neuroni Attivi, assemblata con pezzi di facile reperibilità e capace di "riprodurre" se stessa ingranaggio dopo ingranaggio, oltre qualsiasi oggetto o parte di esso, in un materiale biodegradabile a base di amido di mais. Proposte sotto il segno della sperimentazione più radicale, in vista della costituzione di quella che sarà la "Agri-Factory", polo culturale dello scambio di saperi e della progettazione open source, senza copyright di sorta ma, ancora, condivisione.

Questo accade nel territorio più povero d'Italia, quello della raccolta delle "99ideas" indetta in seno al Piano Sulcis, e che da subito ha suscitato non poche perplessità da parte della popolazione: proponi la tua idea sul sito, che verrà presa ed utilizzata da qualcun altro, che riceverà opportuni ed ingenti finanziamenti per (si spera, se adeguata) realizzarla, senza nessun coinvolgimento del cittadino padre del progetto, che sarebbe l'unica garanzia di un lavoro fatto e fatto bene, per il territorio e non per le tasche di un fortunato a cui si sgrava anche la seccatura di avere un'idea. Mancanza di inventiva, di creatività? Una politica da sempre complice del saccheggio del nostro territorio, che finisce di derubarci, questa volta persino delle idee, persino dei sogni: per fortuna a Barega si resiste, dimostrando che essi possono realizzarsi davvero, che possono realizzarsi anche senza di loro.



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Nessuna Zona Franca e poche idee per il Sulcis

Dopo Passera, anche Grilli, giovedì 4, ha firmato il decreto attuativo della zona di esenzione fiscale del Sulcis Iglesiente [Eleonora Di Marino]


  
di Eleonora Di Marino

Dopo Passera, anche Grilli, giovedì 4, ha firmato il decreto attuativo della zona di esenzione fiscale del Sulcis Iglesiente. Sui social network e, cosa ben più grave, su non poche testate giornalistiche sarde online, la notizia è canto di vittoria per chi sostiene da tempo la possibilità della Zona Franca come panacea da tutti i mali del popolo sardo, che, sempre secondo questi, sarebbe ormai realtà in quel del territorio più povero d’Italia. Spiacenti di dover placare il giubilo generale, ma non stiamo parlando di quella Zona Franca senza IVA, con il crollo del prezzo del carburante e quant’altre belle cose (seppur un tale abbattimento delle imposte, se non fatto con coscienza, non farebbe altro che ributtarci in pasto a nuove multinazionali e speculazioni che non vedono l’ora di trovare un tale terreno privilegiato), ma di un’esenzione fiscale che riguarda solamente le imprese con meno di 50 dipendenti, che dovranno partecipare ad un bando e, solo se ritenute rientranti nei criteri previsti, vedranno abbattuti Irpef, Ires, Irap, Imu.

Anche per l’effettiva attuazione di questa “zona di esenzione fiscale”, l’odissea burocratica non ha ancora fine: il decreto attuativo va alla registrazione della Corte dei Conti, mentre Passera e Grilli avranno il compito di determinare (e trovare) la somma da destinare alle esenzioni fiscali, non stimata per meno di 100 milioni di euro, a cui la Regione parteciperà per un massimo del 30%, trasferendo il capitale da non più di due riserve finanziarie di scopo. Poi, si deve scegliere se favorire nuove imprese, imprese femminili, imprese sociali, specifiche localizzazioni territoriali o specifici settori di attività: i paletti si preannunciano parecchi, per cui, seppur molte piccole e piccolissime imprese potranno godere dell’esenzione fiscale, non saranno pochi gli scontenti ed i delusi. Tutto ciò, non per svalutare un’operazione che porterà sicuri vantaggi ad una parte del territorio, ma per capire effettivamente che questo non basterà di certo, come non basterebbe di certo la tanto agognata zona franca integrale.

Ciò che servono sono le idee: e veniamo quindi al bando delle 99ideas, sempre targato Piano Sulcis, che per adesso, seppur la scadenza del 22 Aprile sia sempre più vicina, sono “43ideas”, 27 in lavorazione e solo 16 presentate. Prendendo in considerazione il fatto che si tratta di un bando internazionale e veramente aperto a tutti (ma solo in questa fase), che chiunque da qualsiasi parte del mondo avrebbe potuto presentare la propria idea per il territorio, e che comunque il Sulcis Iglesiente conta migliaia di potenziali “inventori di idee” interessati in prima persona da questa crisi, possiamo considerarlo, in termini di partecipazione, per il momento, un vero e proprio “fiasco”. Pigrizia? Disinteresse? Attesa che le cose si mettano a posto da sole? Forse in parte, ma c’è da dire che il bando è tutt’altro che allettante, se chi manda l’idea non è lo stesso che poi prende parte alla sua realizzazione. Ancora una mossa da “delega alla politica”, in questo caso alla struttura messa su da essa con il nome di Invitalia, che deciderà poi come utilizzarla ed a chi metterla in mano, piuttosto che un coinvolgimento vero ed un lavoro sinergico con gli abitanti del territorio. La risposta è perciò “diffidenza”, motivata anche dal fatto che alcuni dei promotori del Piano Sulcis non sono altro che i  responsabili della presenza anacronistica della miniera e quella mortale delle industrie inquinanti, in cui i lavoratori sono stati riversati, basando quasi la metà del PIL del territorio su di esse e provocando quindi il collasso una volta chiuse. Responsabili, proprio perché promotori e portatori di scelte politiche, strategiche, sbagliate.

Le idee pervenute sino ad ora sono eterogenee, passando anche per assurde imprese faraoniche che ci si chiede quanto potrebbero giovare al territorio, se mai non dovessero rimanere inconcluse, come molte volte accade: è il caso di una funivia che collegherebbe Fontanamare a Buggerru, di dubbia utilità oltre che dannosa in termini di impatto paesaggistico, in uno dei tratti costieri più belli del territorio proprio perché incontaminato; per non parlare del porticciolo che si vorrebbe al posto della palude Sa Masa, una delle zone umide più importanti della Sardegna con un ecosistema delicatissimo, che andrebbe invece valorizzata in quanto tale; sempre nel campo delle infrastrutture, qualcuno azzarda un tunnel sottopasso di collegamento tra l'Isola di Sant'Antioco ed il resto della Sardegna (che ricordiamo sono già collegate da un piccolo ponte che basta ed avanza), magari con la speranza dei posti di lavoro negli eventuali cantieri.

Per fortuna, la maggioranza delle idee esprime una fortissima richiesta di progetti ecosostenibili, sottoforma di bioedilizia, ecoturismo, energie alternative, riscoperta delle zone umide costiere, km 0, ristrutturazione di scheletri di edifici lasciati all’incuria finalizzandoli ad un turismo diverso, sostenibile, oltre alla riscoperta di settori più tradizionali come l’agricoltura e la pastorizia, ma soprattutto del patrimonio riguardante l’archeologia mineraria: queste idee sono la dimostrazione che il Sulcis Iglesiente vuole voltare pagina, ripartendo da una storia diversa, finalmente, veramente, propria.



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Quando il sindacato nuoce gravemente alla salute 

 

Lo scorso venerdì dieci operai dell'Alcoa hanno occupato una sala dell'Assessorato all'Ambiente, richiedendo le bonifiche previste nel Piano Sulcis.[Eleonora Di Marino]



di Eleonora di Marino

Lo scorso venerdì dieci operai dell'Alcoa hanno occupato una sala dell'Assessorato Regionale all'Ambiente, richiedendo l'indispensabile avvio delle bonifiche previste nel Piano Sulcis, ovvero i 177,668 milioni di euro in realtà già deliberati nel luglio 2012 dalla Regione Sardegna, e destinati alla costruzione di siti di raccolta nelle Macro Aree di Montevecchio Ponente e Levante e nella Valle del Rio San Giorgio, nonché alla riduzione dell'inquinamento nella stessa, alla bonifica della ex Sardamag a Sant'Antioco, più quasi 54 milioni inseriti nella voce generica "bonifiche delle aree minerarie". 

I lavoratori, non compiendo un cambio di rotta totalmente radicale, richiedono le bonifiche in parallelo alla riapertura delle fabbriche dell'alluminio: se pensiamo ai danni alla salute dell'ambiente e delle persone che rappresenta tutto il polo industriale di Portovesme, questa soluzione risulta essere piuttosto contraddittoria, seppur giustificata da una mancanza totale di proposte alternative da parte di chi redige i piani per lo sviluppo. Questo sorvolando anche il fatto che tra Ati Ifras e Igea sono occupati già tanti lavoratori quanti l'intera Alcoa, un dato da non trascurare visto che la maggior mole di lavoro nelle bonifiche non è ancora stata avviata, e che fa di ciò un bacino d'assunzione ben più ampio di qualsiasi industria, considerando la gravità della compromissione di un territorio ormai ridotto ad una vera e propria costellazione di discariche che aspettano solo di essere risanate. Anche la vera e propria riconversione delle fabbriche chiuse ha in realtà nel Sulcis Iglesiente un suo esempio, per il momento ammirevole, nell'edificio appartenuto alla Rockwool, in cui si è stabilita da qualche anno una società che produce mattone crudo, sostituendo, a poco tempo dalla chiusura, la multinazionale (anch'essa causa di inquinamento) con un'alternativa sostenibile ed ecocompatibile sia nel ciclo produttivo che nel prodotto finito. 

Tra le altre industrie di Portovesme, l'Alcoa rappresenta di certo l'apice della meglio mascherata ipocrisia: a livello globale la multinazionale costruisce la sua immagine come gioiello della supertecnologia sostenibile, attenta non solo all'ambiente, erigendosi a paladina della sostenibilità che salverà il pianeta con lodevoli campagne per il rimboschimento, ma anche al radicamento nei territori e nel loro tessuto sociale. Provare per credere: sul sito c'è la rendicontazione di tutti i finanziamenti dati ai territori per opere pubbliche a favore dei cittadini, tra cui circa 400 mila euro spesi in Italia e nel Sulcis, in sponsorizzazioni, settimane "dei Servizi Comunitari" e campi da calcetto per i bambini. Bambini con una certa peculiarità: livelli di piombo nell'organismo tali da bloccarne lo sviluppo, così come innumerevoli altre sostanze che avvelenano tutta la popolazione, fatto di cui l'Alcoa e le altre industrie sono totalmente responsabili. Se poi consideriamo le economie elargite e tanto ostentate, basta ricordare che l'Alcoa ha avuto dallo Stato più di 3 miliardi di euro di soldi pubblici per interessi privati, tra sussidi e significativi sconti, di cui gran parte gravati sulle bollette di tutti noi, e solo 295 milioni da restituire. Ipocrisie di una multinazionale che ha tenuto sotto scacco il territorio con il ricatto del lavoro, con la complicità di una politica ed un sindacato che non lo hanno difeso,  ma che ne hanno fatto miniera di occasioni di tesseramento e di promesse in campagna elettorale. Così, convincendo gli stessi operai che non esista alternativa realizzabile in breve o medio termine, hanno costruito un potere ed una vera e propria corte investendo sul lavoro che non c'è, attaccando pubblicamente quella parte di popolazione che si dimostra preoccupata per lo stato di salute del territorio, bollandola come «pericolosi e a caccia di notorietà fine a se stessa che periodicamente dipingono un territorio fortemente compromesso dall'inquinamento industriale» e che «hanno il solo risultato di allontanare gli investitori e i turisti». Peccato che ormai i lavoratori siano in cassaintegrazione da anni, anni che, se utilizzati diversamente, avrebbero già cominciato a dare dei frutti, anni di distanza che dimostrano che anche la riapertura della fabbrica, in realtà, non è una soluzione così simultanea come qualcuno ha voluto far credere. 

Come se non bastasse, da un sindacato prima donna, pare sia arrivata la contrarietà assoluta all'iniziativa autonoma dei lavoratori in favore dell'avvio delle bonifiche. Ed è sempre da ambiente sindacale che fuoriesce una notizia fresca ed ancora priva di dettagli: pare, infatti, sia stato stilato e diffuso un documento avente in oggetto la proposta di stoccare l'amianto nel sottosuolo. L'ennesima follia pensata per arginare l'assenza di prospettive lavorative nel territorio? Nel Sulcis Iglesiente il sottosuolo è meta sempre più gettonata per nascondere le peggiori sostanze velenose (dalla CO2 alle discariche di ogni genere interrate anche abusivamente) dimostrando o una completa ignoranza sui cicli basilari che avvengono e costituiscono un ecosistema, o una chiara omissione in malafede. Eppure anche la cosiddetta saggezza popolare ammonisce dal nascondere la polvere sotto il tappeto. La pericolosità dell'amianto è ormai risaputa: la respirazione delle  sottilissime fibre, invisibili ad occhio nudo, è causa di patologie quali asbestosi, mesotelioma, carcinomi polmonari, tumori del tratto gastro-intestinale, della laringe e di altre sedi. Stoccarla nel sottosuolo significa  correre il rischio di contaminare il terreno e le falde acquifere, con notevole ricaduta sulla salute dell'ambiente, dell'essere umano, e sulle attività legate alla terra che non potranno mai avviarsi in un territorio in cui si perpetua un tale avvelenamento in nome del lavoro. Quando, in nome di esso, si porteranno avanti mobilitazioni e progetti non dissennati ma volti ad una convivenza rispettosa e sostenibile?  Quando ci si renderà conto che il lavoro non deve necessariamente distruggere le risorse, ma può partire da esse per costituire uno sviluppo responsabile e soprattutto perenne, non soggetto ai fatali giochi di potere di quel "sorriso di plastica" che è la grande economia? 




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Crimini ambientali e servitù industriale

 

Il comitato Carlofortini Preoccupati ha organizzato un sit-in ad   Iglesias. Ordine del giorno: no all'ampliamento della discarica di Genna Luas.[Eleonora Di Marino]



di Eleonora Di Marino

Per rivendicare il diritto alla salute della popolazione, sempre in prima linea nella battaglia contro lo stupro che il Sulcis Iglesiente subisce ormai da secoli e che lo ha visto alla mercé prima dello sfruttamento minerario e poi delle peggiori multinazionali inquinanti del pianeta (vedi Alcoa e Glencore), il comitato Carlofortini Preoccupati ha indetto per questa sera un sit-in ad Iglesias con appuntamento alle 16:30 in Piazza Municipio. Ordine del giorno: no alla proposta di ampliamento della discarica di Genna Luas, di proprietà della Portovesme s.r.l., a cui sono destinati i rifiuti derivanti dagli stabilimenti di Portoscuso e San Gavino. Un sito di raccolta per milioni di tonnellate di polveri sottilissime, alle quali basta una piccola folata di vento per propagarsi nei territori limitrofi, territori in cui sono presenti centri abitati quali Barega, Iglesias, Villamassargia, Domusnovas e Musei, con relativa popolazione, campi coltivati, greggi e qualsivoglia altro capo di bestiame, oltre fauna e flora selvatica.

 

Realizzata sullo scavo di un'antica miniera la cui coltivazione è terminata nel 1979, con successivi vent'anni di totale abbandono, è diventata poi discarica concepita, udite bene, «come recupero ambientale dell'area e riqualificazione dell'intera area degradata.»: così recita il progetto per il suo ampliamento, che si conclude con "tenere" fotografie di una spaesata volpe che in un piazzale si avvicina ad un dipendente, a voler dimostrare quanto sia ridotto l'impatto ambientale a Genna Luas. La Portovesme srl è una società che opera nel settore della metallurgia dei non ferrosi, leader in Italia per produzione di piombo e zinco, presente sul territorio da decenni. L'impianto oggi gestito da Portovesme s.r.l. nasce nel 1968 con il nome "Ammi Sarda" (Azienda Minerali Metallici Italia) società di proprietà in parte privata ed in parte statale, con lo scopo di sviluppare la ricerca di minerali di importanza strategica, quali rame, nichel ed altri minerali pregiati nelle miniere del Sulcis Iglesiente. Nel dicembre del 1978 la società viene rilevata dalla Samim S.p.A. (Società Azionaria Minerario Metallurgica) a partecipazione statale Eni, che nel 1985 diventa Nuova Samim S.p.A. Alla fine degli anni 90 l'Eni decide la dismissione e, nel luglio 1999, nasce la società Portovesme s.r.l., che viene privatizzata con la cessione alla Multinazionale Svizzera Glencore AG, attuale proprietaria.
Seppur in passato luogo di lotte operaie, la Portovesme srl pare sia una delle poche realtà nel Sulcis, oggi, a non avere problemi, vedi volontà di espansione nel periodo in cui la Glencore valutava l'opzione non andata   in porto per l'acquisizione della ormai ex-Alcoa, ma anche l'assunzione di sessanta giovani solo pochi mesi fa, apprestandosi ad intensificare la produzione di piombo e zinco.

Dietro tutto ciò, la società ha in realtà un lungo passato di scandali: a cominciare dalla vicenda che vede indagato e condannato Carlo Lolliri, amministratore delegato della Portovesme srl, accusato di corruzione, che avrebbe pagato una tangente all'allora sindaco Adriano Puddu, con lo scopo di ottenere delle delibere che favorissero l'azienda metallurgica, intenzionata a realizzare un parco eolico per abbattere i costi energetici della produzione, costringendo i proprietari dei terreni a cedere le terre; continuando con il processo che vede coinvolti Aldo Zucca, responsabile del sistema Gestione ambientale della Portovesme, e Maria Vittoria Asara, responsabile della gestione rifiuti dello stabilimento Portovesme srl, oltre a Massimo Pistoia, amministratore unico della Tecnoscavi, ed altri coinvolti, accusati di traffico illecito di rifiuti pericolosi: quindicimila tonnellate di sostanze dannose (cadmio, piombo, zinco, fluoruri, arsenico, nichel, solfati) riversate abusivamente in cave del Cagliaritano, oltre che triturati, mischiati con terre e detriti, per poi costituire sottofondi stradali per spiazzi dell'ospedale oncologico di Cagliari e della cittadella sanitaria di Monserrato. La Portovesme srl è finita più volte nell'occhio del ciclone anche in merito all'arrivo, da oltremare, di migliaia di tonnellate di scorie non solo inquinanti ma anche radioattive, scarti di acciaierie italiane e non, da cui l'industria avrebbe dovuto recuperare le esigue quantità di materiali utili rimasti, ma di fatto partecipando e favorendo lo smaltimento di rifiuti speciali letali per l'ambiente e per chi lo abita, con lauti guadagni. Intanto, per la terza volta da settembre, a Portoscuso nei giorni scorsi è stato divulgato il divieto assoluto di utilizzare l'acqua della rete pubblica, classificata dalla Asl «non adatta agli usi umani», questa volta per eccessiva presenza di manganese. Nel paese del Polo Industriale di Portovesme, risultano tragiche le parole dell'Assessore all'Ambiente del Comune, che dichiara: «È difficile capire a cosa è dovuto questo ennesimo parametro alterato». Ed a essere preoccupati, ora, non sono solo i carlofortini.    

 




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Quale turismo se domina il cattivo gusto?

 

Non solo industrie e veleni: a minare il futuro del Sulcis e dell'Iglesiente ci si mette anche chi, fa speculazioni al limite del terrorismo kitsch.[Eleonora Di Marino]





di Eleonora Di Marino

Non solo industrie e veleni: a minare il futuro del Sulcis e dell'Iglesiente ci si mette anche chi, sempre in nome di lavoro e sviluppo, fa del territorio luogo di ulteriori speculazioni al limite del terrorismo kitsch. 

E' il caso di Iglesias e delle sue frazioni: un centro storico tutelato e magistralmente valorizzato dall'indimenticabile (ma poi dimenticato) ex sindaco Pierluigi Carta, un passato di tradizione architettonica mineraria, alcuni tra i primi esempi di Liberty e un intero quartiere popolare firmato Sottsass, non sono stati abbastanza per divenire modelli per il resto del circondario. Basta voltare le spalle alla meravigliosa costa ed alla terra emersa più di 500 milioni di anni fa, Pan di Zucchero, per vedere quanto la popolazione di Nebida, frazione di Iglesias, si sia ispirata a tutt'altri esempi, spaccando violentemente il paesaggio con colate di cemento, tipologie edilizie senza un minimo senso del contesto, a più piani di quelli che dovrebbero essere consentiti se non dal PUC almeno dal buon gusto, il tutto evidenziato da tinte che più che integrare le abitazioni nel paesaggio sembrano il risultato di una gara a qual è più appariscente, sempre nel caso siano concluse e non, come spesso accade, nel trionfo del non-finito. 

Per motivi di facile intuizione, Nebida è stata teatro di palesi speculazioni edilizie da parte di società locali e non: cominciando dall'ecomostro di cemento e mancato hotel lasciato inconcluso sulla scogliera a picco di fronte al Pan di Zucchero.

Una storia che risale al 2001, quando la ditta Dario Locci di Domusnovas ottiene la concessione dal Comune di Iglesias per la costruzione di un albergo a tre piani, che poi passerà alla società Porto Flavia s.r.l., i cui titolari sono sempre i Locci, che otterrà una nuova autorizzazione per modificare il progetto iniziale. Il risultato è un ammasso di cemento alto ben sette piani, che venne posto in sequestro nel marzo 2008 su disposizione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari: la storia si conclude con cinque condanne, quattro per i titolari della società ed una per il funzionario del Comune riconosciuto come responsabile di abusi d'ufficio. Abbattuti alcuni piani, il fantasma di questo affaraccio è ancora lì.

Sempre ambientata a Nebida è la vicenda che ha per protagonista la Dimore Esclusive s.r.l., con capitale sociale di appena dieci mila euro. Secondo una visura riportata sulla stampa regionale oltre che dall'associazione Gruppo di Intervento Giuridico, dietro i volti noti in sede locale ci sarebbe stata niente di meno che la Unipol Gruppo Finanziario - U.G.F. s.p.a., holding bancaria e assicurativa della Lega delle Cooperative. La holding controlla la società fiduciaria Nettuno s.r.l. (presente anche nella voce 'chi siamo' nella home page del gruppo Unipol), che a sua volta risultava controllare la Dimore Esclusive s.r.l.

Settantacinque ville, trecento appartamenti, di cui sessanta suites, centri benessere, centri sportivi, eliporto: questo e molto altro prometteva la società un paio di anni fa, utilizzando termini come "albergo diffuso" per  indicare un edificio progettato nuovo di zecca che di diffuso aveva ben poco, anonime palazzine ricoperte nel progetto da rampicanti divenivano così ad "impatto paesaggistico zero", mentre le bellissime insenature della costa divenivano luogo di "piscine oceaniche", che tradotto sarebbe significato la loro cementificazione.  Cartelli che ostentavano appartamenti vista mare ed ogni tipo di comfort facevano capolino all'entrata della frazione, per poi venir distrutti non solo dalle intemperie ma anche da una piccola parte di popolazione che coraggiosamente resisteva alla cementificazione della costa, mentre il resto acclamava i salvatori del territorio, che avrebbero portato finalmente turismo, progresso e lavoro per tutti trasformando Nebida nella tanto sospirata Dubai. Di tutto questo progetto, fortemente contestato dal resto del territorio, rimane, purtroppo ma anche per fortuna, solo una palazzina nel centro della frazione Monte Agruxau e qualche tentativo a Nebida, non solo di nessun pregio ma anche tra le peggiori espressioni del kitsch presenti nella frazione. Inoltre, nel gennaio del 2012 arrivava un appello dell'Amministratore della società di costruzione SO.CO.MA. Srl, che ha costruito per conto della Dimore Esclusive srl, a denuncia del mancato pagamento dei lavori per parecchie centinaia di migliaia di euro, definendo Pierpaolo Pani, titolare della società, «un accanito speculatore a tutto campo». 

Ma il cattivo gusto non arriva solo dall'esterno, imprenditori iglesienti ci mettono del loro: proprietari di terreni a strapiombo sul mare, hanno avuto autorizzazione alla costruzione di quello che più che un villaggio turistico sembra un prepotente ammasso infernale di piccole celle, il Tanca Piras (in foto in uno scatto di Davide Porcedda, che ha sistematicamente fotografato tutti gli edifici della costa denunciandone l'inadeguatezza visiva). Come per il caso Dimore Esclusive, anche questo ennesimo attentato alla costa risulta  completamente a norma di legge: non importa se contribuisce alla distruzione di un bene paesaggistico comune, di una potenziale risorsa, la popolazione tace anche nel raro caso in cui si rende conto dello scempio, che magari costituisce un'occasione per qualche mese di lavoro nel cantiere. 

Così come in silenzio è stato chi a Bindua, sempre Iglesias, ha visto erigere un palazzone a dieci piani al centro della frazione, a mezzo metro dalla finestra di casa da una parte, ed incombente sull'ultima casetta mineraria rimasta dall'altra. Palazzo inconcluso da anni, monumento immobile dell'avanzata dei parassiti kitsch di blocchetti e cemento in luoghi come Nebida e Bindua, che sino a pochi decenni fa erano stupendi borghi minerari, una tipologia edilizia ormai in via d'estinzione, se non del tutto estinta, rasa al suolo e sostituita da uno stile che vuole simulare uno stereotipo di benessere che però non c'è. 

Speculazioni senza fine permesse da un PUC risalente agli anni '80 e che sarebbe ora di cambiare: sarà la volta buona per un'Iglesias alla soglia delle elezioni? Le premesse non sono buone se anche nella lista che si auto-definisce (dopo l'uscita dai giochi elettorali del Movimento 5 Stelle) l'unica che possa apportare vero cambiamento ad Iglesias riscoprendone la sua identità, trovano spazio elementi come un membro della famiglia che ha progettato, costruito ed è proprietaria proprio del Tanca Piras, e che fino a poco tempo fa difendeva pubblicamente quell'estetica degenerata, denigrando chi combatteva per la salvaguardia di una delle coste più belle d'Europa. Redenzione? Non so voi, ma noi, sino a quando non vediamo, non crediamo.




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Capitale Europea della Cultura? No, dell’inquinamento!

La candidatura europea non era vincolata a quello che il territorio aveva già prodotto, ma a quello che sarebbe stato in grado di mettere in campo.[Eleonora Di Marino]



di Eleonora Di Marino

Sono passati quasi tre anni da quando, folgorato da una visita alla Ruhr ed incoraggiato dai positivi stimoli ricevuti dai tedeschi in occasione del viaggio di scambio, il Presidente della provincia di Carbonia Iglesias, Tore Cherchi, riceve in dono la visione di una Carbonia Capitale Europea della Cultura 2019. Un'apparizione in realtà non solo dettata da visioni mistico-politiche, ma anche da un bando apposito che avrebbe assegnato il titolo proprio ad una città italiana: una candidatura fatta a pennello per essere da spinta verso la fuoriuscita del territorio da una depressione ancora in corso d'opera. Naturalmente, l'idea non era presentare solo la cittadina mineraria, ma tutto il territorio legato a quella attività, includendo quindi il Guspinese, facendo leva sul Parco Geominerario riconosciuto dall'UNESCO e sulla totale mancanza di idee alternative al processo industriale primario. Carbonia prese la palla al balzo e, dopo aver votato in Consiglio comunale (all'unanimità e nell'ultima seduta disponibile nella precedente amministrazione) l'adesione all'idea, con l'insediamento del nuovo sindaco Giuseppe Casti, diede il via ad una commissione (senza gettone) incaricata di predisporre un piano per la candidatura. 

La candidatura europea non era vincolata a quello che il territorio aveva già prodotto, ma a quello che sarebbe stato in grado di mettere in campo: ecco l'idea di creare non un anno di grandi eventi, ma 365 giorni  di attività di ricerca e di produzione di progetti di sviluppo per il territorio, così che la cultura fosse il cardine della rinascita economica di tutto il Sud-ovest della Sardegna, attraverso un modello innovativo e sostenibile. Fu subito chiaro che non tutto stava andando per il verso giusto, e non solo in termini di entusiasmo: il progetto era da molti visto come troppo ambizioso e per questo causa di diffidenza, accompagnata inoltre dalla preoccupazione da parte dei cugini di Iglesias che non capivano cosa avesse in più Carbonia per essere candidata al loro posto. Al contrario di Iglesias, ancora un po' troppo indecisa su quale identità far proprio cavallo di battaglia, mineraria, medioevale o dedita alla cultura del karaoke, Carbonia in più aveva il fatto di essere la più giovane città d'Europa, nata e cresciuta in funzione della miniera, con una tipologia edilizia unica data dall'incontro tra l'architettura mineraria e fascista, oltre che sede di una tra le prime complete riconversioni, nella Grande Miniera di Serbariu, di strutture minerarie nel nuovo ruolo di museo, per antonomasia tra i protagonisti di qualsiasi economia con matrice culturale. Tutto questo in un territorio forse tra i più belli ed i più depressi, inquinati, compromessi, poveri, dell'intera Comunità Europea, ma comunque capace di pensare azioni per la sopravvivenza fin da quando chiuse la miniera, sottraendo la città ad un oblio inarrestabile. E' così che Carbonia stupisce tutti e vince il Premio Europeo del  Paesaggio, spianando la strada al percorso della candidatura: anzi, no! 

Sia le azioni della Commissione che le singole iniziative passavano in assoluto silenzio e nella totale mancanza di partecipazione, in primis da parte della Provincia: così avvenne la sparizione, nel Piano Strategico Provinciale, di qualsiasi riferimento al documento prodotto dal Comune in cui si riteneva indispensabile l'inserimento, a supporto della candidatura, di un Distretto Culturale e Turistico Naturale e Sostenibile, lasciando invece intatta la vecchia versione del modello Evoluto, bellissimo ma assolutamente impraticabile in un territorio dove le industrie non sono interessate a riconvertirsi direttamente, pianificando così, al posto dei brevetti, solo costosissimi convegni per parlare di future azioni e di prossime speranze. 

Nel Guspinese, poi, non arrivò neppure la notizia attraverso la stampa, a dimostrazione della capacità del Cherchi di fare i piani superiori prima delle fondamenta: del resto la politica dei proclami, del dare coraggio, del mantenere in piedi la tradizione industriale ed i carrozzoni del lavoro assistito, precario ed a carico del pubblico, ha bisogno proprio della mancanza di progetti alternativi solidi, per non correre il rischio che questi diventino realtà, dando però sempre e comunque l'impressione al popolo che qualcuno stia lavorando per risolvere i problemi. 

Alla fine, la stessa Delegazione della Commissione Europea, in visita nel territorio, ha convinto anche il Comune di Carbonia che sarebbe stato meglio ritirare la candidatura e preferire azioni inerenti al progetto del paesaggio, nient'altro che un altro bando di progettazione, estremamente utile nella competizione tra Università e studi di progettazione, ma autoreferenziale se si considera il poco impatto sullo sviluppo economico dell'intero territorio, a cui rimarrebbe ben poco. 

Basta dare un'occhiata ai progetti inseriti nel Piano Sulcis per capire quante energie creative e quanto rispetto del paesaggio siano stati presentati o recepiti in tal senso. Al posto del Distretto Culturale (scomparso anche quello Evoluto) c'è quello tecnologico, ovvero stoccaggio della CO2, parchi eolici e pannelli solari; invece della valorizzazione delle realtà culturali locali, che con le proprie forze si stanno costruendo un importante spazio nel sistema dell'arte internazionale, il Presidente ha portato nel territorio il solito carrozzone di importanti artisti ed architetti che da anni seguono le solite facoltà d'architettura, o meglio i soliti supergettoni per conferenze e workshop, con la prospettiva di qualche commissione che da sola vale lo stipendio annuale di almeno 1000 lavoratori. Assistere al buon (e superpagato) Kounellis che si commuove di fronte ai minatori in lotta (per continuare ad estrarre carbone), per poi parlare di un porto a Gonnesa, cioè in una delle aree marine da bonificare e da valorizzare tutelando l'incredibile sistema dunare e paludoso, ci fa capire come mai lo stesso sistema dell'arte internazionale non si rivolga più a lui per azioni di arte pubblica e sociale. A quanto pare il Presidente è molto legato, oltre che ai suoi compagni di strada, anche ai suoi punti di riferimento culturali ed artistici, fenomenali ma che hanno fatto il loro tempo, gli anni '70, che, per la cronaca, sono gli stessi che hanno portato l'alluminio e distrutto i centri storici. 

Ahinoi, a legare Sulcis e Guspinese, non sarà quindi il coinvolgimento in un progetto culturale, ma ancora una storia comune di miniere e veleni, crisi, incuria e distruzione della risorsa-ambiente: pensiamo solo agli orrendi villaggi turistici che con abusi e cattivo gusto hanno prima deturpato la costa di Arbus, poi fatto scappare un turismo rispettoso perché culturale, in cerca di bellezze incontaminate e desideroso di conoscere una storia ed una identità diversa dalla propria. Pensiamo ancora al crimine ambientale diffuso, che vede sparire dossier e segnaletiche in nome di una politica turistica ipocrita e pericolosa, come nella spettacolare area delle Dune di Piscinas, vicino ad un albergo che è un vero gioiello del recupero e della riconversione, dove si possono incontrare ignari turisti stranieri fare il bagno lasciando i loro bambini a mollo nelle acque del rio Piscinas, alias foce del rio Irvi, un fiume rosso, un fiume al cadmio, arsenico, nichel, cobalto, zinco, manganese e ferro. Un fiume la cui pericolosità, come anni fa fu per la mafia in Sicilia, bisogna tenere nascosta, per non procurare un ulteriore danno alla già fragile economia locale: peccato che a dirlo non sono i capi mandamento, ma esponenti di sindacati e partiti che altrove si spacciano per sostenitori dell'ambiente e della salute. 

Non è azzardato pensare che il turismo non decolli anche per questa pratica: i turisti non sono degli idioti senza cervello, polli da spennare, ma persone in grado di valutare e decidere, se non a priori a posteriori. In troppi non prediligono le nostre mete rispetto ad altre a causa di inaccessibilità, costi e lontananza; molti altri per la mancanza di una rete di servizi in grado di poter organizzare pernottamenti, servizi, escursioni, trasferimenti, senza far un grandissimo sforzo organizzativo degno dei viaggi in Perù negli anni '70; ma molte, molte più persone, non ci scelgono perché in certi giri è ben risaputo il fatto che il nostro non è solo il territorio più inquinato d'Italia, ma anche quello più inquinato da una certa politica asservita agli interessi delle multinazionali, dove la tutela e la valorizzazione dell'ambiente rischia di mettere in pericolo i progetti di sterminati parchi eolici (con un ammontare di energia già in grado di coprire il fabbisogno di tutto il territorio, ma che l'Enel vende altrove), di centinaia di milioni di euro da destinare ad industrie inquinanti, da una nutrita schiera di palazzinari (anche locali) pronti in ogni occasione a costruire cose sbagliate in posti sbagliati. Eppure se non fossero così allergici ed ostili alla sola parola "ambiente", potrebbero già da ora mettere in sicurezza energetica ed estetica le case delle nostre città, ormai semipopolate. Giunti a questo punto, se "ristrutturare costa più che ricostruire", forse sarebbe il caso che a questi personaggi arrivasse direttamente sulla bolletta di casa il costo del mancato sviluppo.



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Iglesias: 216 candidati per 24 posti da consigliere comunale 

 


di Eleonora Di Marino

Nonostante due commissariamenti di fila, anche questa volta, ad Iglesias, un elettore su cento si è candidato alle elezioni comunali, e sarebbero stati ancora di più se all'appello non mancasse la lista del MoVimento Cinque Stelle che, con il trenta per cento dei consensi, risultava primo partito alle ultime politiche. Un'assenza che, anche se bypassata felicemente da molti candidati, lascia in realtà molti cittadini disorientati, soprattutto vista la quasi totale mancanza di informazioni corrette sull'accaduto.
La voce è quella che non si siano messi d'accordo, che siano caduti semplicemente vittima di loro stessi e, soprattutto, delle loro ambizioni. La verità è ben altra, ed il fatto che nell'ultima assemblea regionale del M5S, tenutasi a Nuoro il 4 Maggio, non si sia fatta parola della mancata presentazione della lista in quello che poteva essere il secondo capoluogo di provincia conquistato in tutta Italia, la dice lunga sulle responsabilità a monte della vicenda. Tutt'altro che saga paesana: se il MoVimento è uno dei più ricchi di proposte a livello nazionale, a livello regionale, per il momento, sembra essere vittima dell'"uno vale uno" in versione "chentu concas, chentu berrittas" (cento teste cento cappelli), rivelando così, proprio ad Iglesias, una certa debolezza organizzativa.
Così, la maggior parte delle discussioni riscontrabili in rete si sono fossilizzate sullo scontro tra chi è nel MoVimento in tempi e modi non sospetti (prima del risultato delle politiche) e la marea di persone che si sono precipitate all'interno solo dopo. C'è poi anche chi, tra gli iscritti della prima ora, ha partecipato attivamente, e chi si è tenuto nascosto, non importa se per paura o per interesse, saltando fuori solo dopo la copertura del risultato elettorale. Questo atteggiamento in verità rivela il potere ricattatorio, o presunto tale dal cittadino, che la politica, o meglio, il politico locale, esercita su di esso: non pochi di questi, nell'esercizio di un diritto ed in quanto attivisti a Cinque Stelle, sono stati additati dai capi bastone locali con un "i vostri nomi li ricorderemo quando verrete a chiedere lavoro", così come non sono stati in pochi quelli che si sono trovati non-chiamati in occasione di quei piccoli lavoretti che i comuni ed i consorzi ad esso legati (sempre governati dal politico locale di turno) danno ai più disagiati. Quando chiedi a questi cittadini di denunciare il fatto, la risposta è che sono stati stupidi a non accendere la telecamera del cellulare all'occasione dell'avvicinarsi del personaggio (citandone chiaramente nome e cognome) e che comunque la mazzata elettorale gli è stata data. Secondo questi racconti, certo radicamento di certa politica locale sembrerebbe, per troppi versi, simile alla ragnatela che, in Sicilia, Cosa Nostra ha nel suo territorio: anche se potrebbe non corrispondere totalmente alla realtà, rimane però nella percezione dei cittadini più semplici, disperati e ricattabili, quel tipo di cittadino che non compare quasi mai in nessuna lista dei partiti tradizionali, che non si sente più rappresentato da queste, e che ritrae invece l'essenza stessa dei candidati a Cinque Stelle. Tutto ciò diventa problema se la diffidenza dai partiti si trasforma nella paura e nel sospetto che ci siano infiltrati ovunque, per spiare o più semplicemente per trovare una poltrona sicura, grazie alle percentuali a due cifre ormai garantite ad ogni tornata elettorale.
E questo è successo ad Iglesias, anche se, dalla cronaca degli eventi che hanno portato M5S a non poter ottenere una lista, i fatti sembrano dar ragione a chi ha dovuto chiudersi per difendersi da avvicinamenti troppo sospetti, di cui i primi riconducibili all'associazione Civitas e ad Iglesias in Movimento: gli uni hanno risaputamente uno stretto legame con il centrosinistra e furono parte della coalizione anche alle scorse  politiche, gli altri provengono addirittura dalla giunta e dal consiglio comunale del centrodestra. Del resto molti dei militanti si ritrovavano insofferenti di fronte alla logorroica competenza dell'avvocato o dell'esperto politico di turno, rivendicando il diritto ad auto-costruirsi le competenze attraverso lo scambio dei saperi, non con la supremazia di una parte sull'altra. Questa diffidenza non era però condivisa da alcuni, che hanno deciso di agire in maniera autonoma attraverso riunioni parallele non condivise dagli attivisti "duri e puri", aprendosi verso quella voglia di partecipazione così entusiasta da parte di quel piccolo esercito di persone ritenute preparate e disponibili a dare una mano al MoVimento. A questo punto i due gruppi si dividono, il secondo gruppo cerca di aprirsi verso una lista fatta da professionisti e personalità emergenti nell'imprenditoria e nella vocazione politica, mentre il primo cerca di mettere in campo il metodo Cinque Stelle doc, quello di ripartire dal basso e cercare vocazioni e competenze nell'incontaminato mondo sommerso e messo da parte proprio dalla politica e da quell'esercizio delle competenze che erano sempre state asservite alla politica.
I fatti sembrarono dare ragione al gruppo storico, che si vide certificata la lista con un candidato sindaco espressione dell'impresa e dell'autonomia dalla politica. Ma i giochi non sono mai chiusi se di mezzo c'è l'arte della delegittimazione incrociata, ed in effetti la pratica di alcuni elementi del gruppo formatosi successivamente, che descriveva l'altro come chiuso e con metodi quasi carbonari, dalla delazione locale si era saputa spostare fin dentro il movimento regionale, e forse oltre: fu così che la certificazione della lista venne revocata con l'invito all'integrazione. In tal senso si sono incontrati con tanto di mediatori arrivati dal resto del territorio, prendendo degli impegni sciolti però già dal giorno seguente: dalla seconda lista arrivò subito la pretesa che l'ex lista certificata dovesse confluire nella propria, senza però mai palesare agli interessati i nomi degli altri dodici candidati consiglieri, se non quello del candidato sindaco dopo la sostituzione del precedente, dovuta al fatto che si trattava proprio di un'attivista della su citata Iglesias in Movimento. Tutto ciò, trascinandosi fino alla scadenza per la consegna delle liste con annesse firme in Comune, ha decretato l'assenza di quella forza che avrebbe potuto cambiare nettamente le dinamiche politiche della città. Intanto, dallo staff di Grillo, il silenzio. Silenzio, così com'è silenzio ad oggi.
Oggi Civitas è confluita nella coalizione del centrosinistra, con candidato sindaco Emilio Gariazzo, così come altri protagonisti (o sospettati tali). Difficile pensare a come si potrà coniugare un gruppo come Civitas, che fa della zona franca integrale il suo cavallo di battaglia, con proprio il PD, che ha invece optato per la zona urbana di esenzione fiscale (ricordiamo anche l'intervento di Renato Soru a sfavore di quella integrale).
Cerchiamo di dare una rapida occhiata per vedere se qualcosa o se qualcuno ha messo in campo almeno due delle eredità lasciate nel programma, mai presentato dal M5S: il processo dello sviluppo orientato verso l'economia della decrescita ed il Distretto Culturale Open Source (glocale, naturale e sostenibile). Non sembra esserci traccia nelle liste e nei programmi del PDL e della lista, riconducibile a Giorgio Oppi (che ha già dato via alle telefonate), Piazza Sella, entrambe, con 54 candidati in campo, a sostegno del candidato sindaco Gian Marco Eltrudis: un treno in corsa nella speranza che il centrosinistra commetta qualche errore, o almeno che non siano in pochi ad individuare anche nel centrosinistra iglesiente parte della responsabilità della crisi del territorio. Nel centrosinistra sono 132 i candidati in campo: gli argomenti ci sono, ma sono come contorno a ben altre intenzioni. Pd, Sel, Uniti per Iglesias, Il tuo segno per Gariazzo, Civitas e Casa Iglesias, hanno redatto un programma in cui la parola cultura è ampiamente citata, ma mai in un'accezione che riguardi la sperimentazione e la ricerca, vero fulcro di qualsiasi economia su di essa fondata; inoltre nessuno dei candidati risulta rappresentare i centri di ricerca artistica e culturale già presenti nel territorio. Non mancano le pratiche della decrescita, anche felice, ma sempre come espressione culturale da parte di singoli individui, visto che la linea politica, anche nel resto del territorio, è in realtà fortemente orientata all'inseguire una ripresa, nel segno della crescita e dall'uscita dalla crisi a tutti i costi.
Nella competizione, però, ci sono due outsider: uno, Sandro Esu, scese in campo sotto la bandiera degli indipendentisti di IRS, ma ora rientrato in gara con il partito Partito Sardo d'Azione; l'altro, Dario Carbini,  viene dalle file dell'UDC, ma solo dopo averle scompigliate, occupando mesi fa il comune contro il commissariamento, e presentandosi ora proprio contro tutto e tutti, senza se e senza ma, per rimettere in gioco una generazione da troppi anni, dice, sotto ricatto della politica e del posto di lavoro.
Interessante e coraggiosa una sua iniziativa di grande sensibilità culturale degna di un giovane outsider (e con una lista quasi tutta under 40): parliamo dell'azione contro lo scempio di via della Zecca, dove un edificio è stato autorizzato a coprire, nella salita, lo scorcio che rendeva visibile dalla via principale la chiesa della Madonna delle Grazie. La prima autorizzazione venne chiesta nel 2006 e l'iter andò avanti senza  problemi, fino anche all'ultima parola della sovrintendenza dei beni culturali che, a sorpresa, diede l'ok per la costruzione. Come al solito, la "politica seria" ride di questa sua ennesima presa di posizione, non ritenuta prioritaria rispetto alle altre gravi emergenze, senza però tenere conto che la mancanza di un PUC che sappia ragionare intelligentemente con le potenzialità, anche estetiche, del territorio e della sua storia, è una pesante spada di Damocle sulla città e le sue speranze di sviluppo sostenibile grazie proprio alle tanto decantate cultura e turismo. Proprio la mancanza di un PUC rivela la presenza di lobby all'interno di ogni schieramento, che hanno lasciato da 30 anni la città in balia di chi vuole costruire distruggendo, non solo il territorio, ma anche la sua identità storica. Dario Carbini sembra quasi uno strano incrocio tra Renzi e Grillo, con proposte ed azioni che sarebbero di grande ispirazione per tutti, anche per le altre forze politiche. Peccato che l'esperienza ci dice che la politica iglesiente parte ed arriva solo su binari propri: e se toccasse proprio a lui l'azione di deragliamento che avrebbe potuto provocare la partecipazione di una lista a Cinque Stelle?



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Chi vuole la morte del Parco Geominerario? 

 

Nel Sulcis si parla tanto di rilancio pensando al polo industriale, dimenticando spesso la risorsa più importante: il Parco Geominerario della Sardegna


di Eleonora Di Marino

Nel Sulcis si parla tanto di rilancio pensando al polo industriale, dimenticando spesso quella che del territorio è la risorsa più importante: il Parco Geominerario della Sardegna. Solo in periodo elettorale, nel Sulcis si parla anche della cultura come risorsa strategica per l'azione di rinascita del territorio, una risorsa strategica che puntualmente viene poi fatta precipitare come ultima voce in bilancio: giusto pochi euro per saziare una miriade di associazioni amatoriali e fare in modo che l'assessore e l'amministrazione di turno possano creare l'illusione di aver messo in campo qualcosa che abbia a che fare con la cultura, ma che in realtà ha più a che fare con la sua umiliazione. Eppure proprio nel Sulcis sono nate iniziative importanti in seno alla ricerca più avanzata nel campo della cultura: realtà che stanno cercando di attivare un Distretto Culturale Open Source, per  traghettare il nostro territorio verso la giusta ambizione di uno sviluppo culturale e quindi economico, creando un modello innovativo anche nei modelli dell'innovazione.
Questi centri di ricerca artistica e culturale del Sulcis si sono dati appuntamento ad Iglesias per venerdì prossimo, alle ore 18,00, presso il chiostro di San Francesco: artisti, curatori ed operatori culturali del resto dell'isola, sono stati invitati per collaborare alla rinascita della città e di tutto il territorio. Un evento che si terrà proprio nella serata conclusiva della campagna elettorale, facendo volutamente da contraltare alle promesse della politica.
Una politica che in Sardegna non ha saputo difendere potenziali fiori all'occhiello, e che per questo non può più sottrarsi nel mettere in piedi la madre di tutte le riforme per il rilancio del territorio: quella del Parco Geominerario. Ricostruiamone, anche se brevemente, la storia.
1975: l'esatta metà del decennio che vide la crisi del comparto minerario, è, non a caso, l'anno in cui veniva seminata l'idea di un Consorzio a gestione di una riserva che legasse insieme il territorio del Sud-Ovest della Sardegna. A questa prima idea, che riguardava specificatamente le biodiversità, vennero integrate, poco meno di un decennio dopo, i tratti antropologici, industriali, geologici e paesaggistici, che costituiscono l'identità comune del Sulcis, dell'Iglesiente e del Guspinese. Sono queste le basi per cui nel 2001, ben ventisei anni dopo, trascorsi anche all'insegna della mobilitazione popolare a sostegno di esso, il Ministro per l'Ambiente Altero Matteoli firma il Decreto Istitutivo del Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna.
Un progetto con delle premesse straordinarie, trasformare le miniere ormai chiuse in miniere di cultura, e per questo potenzialmente vincente, viste le fiorenti esperienze gemelle in Europa e nel mondo, dalla tedesca Ruhr sino al lontano Colorado. In un periodo come questo, in cui si cercano alternative non più all'ormai tramontata attività mineraria, ma a ciò che è subentrato in sostituzione rivelandosi scelta a lungo termine fallimentare, il comparto industriale, la presenza di una rete culturale sarebbe potuta essere di certo il migliore degli ammortizzatori sociali. Eppure, qualcosa, o qualcuno, non ha funzionato.
Già nel lasso di tempo prima di essere ufficialmente riconosciuto, il progetto del Parco subì l'indifferenza generale delle istituzioni regionali. Questo sino a quando, nel 1996, non subentrò l'Ente Minerario Sardo, che riuscì a coinvolgere diverse autorità politiche e culturali nella stesura di un dossier di idee che si concretizzò con il primo riconoscimento da parte dell'UNESCO l'anno seguente. Così arrivarono anche i primi finanziamenti dalla Regione, più di 2 miliardi di lire, che servirono per azioni preliminari quali studio di fattibilità, organizzazione di un comitato scientifico e predisposizione del progetto della Legge che avrebbe dovuto regolamentare il Parco stesso. Una serie di azioni che, come spesso accade dalle nostre parti, finirono per  arenarsi nella burocrazia regionale. Il tutto sfociò nell'occupazione della galleria Villamarina di Monteponi e, dopo un anno, ci fu finalmente il riconoscimento ufficiale.
Furono assunte 500 persone a tempo indeterminato, arrivarono ulteriori stanziamenti, anche per le bonifiche: un piatto ghiotto che fece gola proprio a quella politica che per tanto tempo ne aveva ignorato le potenzialità, ma che non tardò nello spartirsi consiglio d'amministrazione, gestione delle bonifiche, cariche e, ovviamente, finanziamenti. Anche la stessa presidenza del Parco venne assunta da una carica politica, l'allora Assessore all'Ambiente Pani, ricordato dai più per aver ignorato per ben sei anni le richieste provenienti dall'UNESCO per la documentazione che avrebbe dovuto permettere l'istituzione di una rete mondiale di Geoparchi da cui poi, di conseguenza, proprio il primo Parco Geominerario al mondo fu escluso. Per arginare la riprovevole situazione, si pensò bene di commissariarlo: una decisione presa dal Ministero dell'Ambiente di concerto col Presidente della Regione Sardegna, volta ad individuare ed eliminare le  cause dello stallo. Così fu redatta una riforma, sottoposta ed approvata dalla Comunità del Parco, costituita da sindaci, presidenti di provincia, la Regione e sessanta associazioni. Per l'ennesima volta, arrivata in consiglio regionale, la questione-Parco venne messa da parte e la riforma non trovò mai attuazione. E così è ad oggi.
Non c'è dubbio che nella sua travagliata storia emergono una serie di strane e sospette operazioni che probabilmente tengono il tutto sotto ricatto: parliamo della pratica di registrare decine di associazioni e cooperative ad hoc per gestire i vari appalti per le forniture di arredi e lavori pubblici. Con un commissariamento che fu allora chiesto dalle stesse persone che ora dicono, giustamente, di superare questa situazione di stallo, nel frattempo il Parco è divenuto quasi un format di cattive pratiche amministrative, disponendo finanziamenti pubblici senza bando, completando un gioco virtuoso che nel territorio è stato un vero cancro, con finanziamenti ENI per riconversione mineraria, con la pratica di registrare decine e decine di cooperative per presentare altrettanti progetti per l'apertura di aziende tutte con assunzioni concordate.
Non possiamo di certo aspettarci un cambiamento di tendenza con l'attuazione del Piano Sulcis, proprio per la mancanza totale di scelte nuove e coraggiose che lo contraddistingue, un pretesto per arginare la rabbia dovuta all'emergenza lavoro: una chiave di lettura importante ma esattamente rovesciata. Investire su uno sviluppo alternativo è il primo passo verso una rinascita vera e duratura, a cui consequenzialmente viene il lavoro: una scelta come quella del Parco Geominerario, che ha fondamenta nella più decisa affermazione che la cultura possa e debba essere traino per il rilancio del territorio, non può essere un'opzione a contorno di più consistenti incentivi ad attività dannose che hanno già fallito, prima di tutto per l'incompatibilità con un sistema finalizzato al turismo, che non può prescindere dalla salubrità dei luoghi che vengono proposti.
Non esiste rinascita che non passi dalle proprie peculiarità, per questo non esiste possibilità di rinascita senza un'azione mirata che metta al centro il salvataggio del Parco Geominerario, così come risolutamente sostiene la Consulta delle Associazioni ed il suo Presidente Giampiero Pinna. Intanto, la politica, in vista anche delle prossime regionali, comincia a riempirsi la bocca di buone e giuste parole, per cui la colpa dell'immobilità cronica che costituisce il travaglio di un progetto così cristallinamente azzeccato è sempre della controparte. Intanto il Sulcis continua a morire e la politica è sempre pronta a darci una vanga di terra, inquinata, sopra.



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A volte ritornano!

Qualche mese fa abbiamo parlato della vicenda dell'edificio in costruzione sulla spiaggia di Fontanamare, nel Comune di Gonnesa.[Eleonora Di Marino]



di Eleonora Di Marino

Qualche mese fa abbiamo parlato della vicenda dell'edificio in costruzione sulla spiaggia di Fontanamare, nel Comune di Gonnesa: quella che fu iniziata durante l'estate dello scorso anno, a pochi metri dalla battigia, depositando più di cento grossi blocchi di cemento che rimasero lì, in balia delle mareggiate invernali, fino a marzo di quest'anno. Una costruzione, a cui fa capo la società Sardinia Explorer, voluta e firmata da un progettista speciale, l'ex Assessore che ha redatto il PUL (Piano Utilizzo Litorali), consigliere comunale appena dimissionario proprio in occasione dell'inizio dei lavori. Il tutto in un tratto di spiaggia in cui sfocia l'inquinato ed inquinante Rio San Giorgio, in cui convergono le acque delle discariche minerarie circostanti, ricche di elevate percentuali di piombo, zinco, cadmio e mercurio e causa anche del provvedimento, mai attuato, del Ministero dell'Ambiente, che nel 2006 impose all'amministrazione comunale di vietare la frequentazione della spiaggia dopo i risultati dei carotaggi effettuati nell'arenile per il Piano di Caratterizzazione. Un provvedimento quanto mai disatteso, considerando il fatto che la foce del Rio è stata fatta diventare dall'amministrazione comunale la spiaggia per gli "amici animali", e che pochi metri più avanti vuole essere collocata una struttura appositamente costruita per il turista (che non c'è).

Il 19 marzo i blocchi venivano rimossi su ordine della Regione: inammissibile l'utilizzo del cemento sulla spiaggia, perché incompatibile con le normali dinamiche dunali. Il chiosco può essere fatto a debita distanza e con i debiti materiali, obbligatoriamente ecocompatibili e soprattutto rimovibili. Passano pochi mesi, e c'è il dietrofront: diffusa questo sabato sulla stampa è la notizia del cambio di rotta della Regione, che ora dà l'autorizzazione all'utilizzo del cemento. Pietro Cocco (Pd) è il presidente della commissione Ambiente in regione ed è sindaco di Gonnesa e difende il progetto sia sui social network ma anche sul sito di Sardegna Democratica. Promuove assieme al presidente della provincia l' idea di bonificare la palude Sa Masa, una delle Zone Umide più importanti della Sardegna, per creare un porticciolo turistico. Un progetto che, se mai attuabile, non tiene conto a parere degli ambientalisti dei danni irreversibili che verrebbero causati alla vegetazione ed a numerose popolazioni di uccelli che qui hanno da tempo trovato un habitat ideale, tra cui esemplari di massima rarità a livello globale: un sito che potrebbe essere una ricca risorsa in sé. Come al solito, invece di cercare di valorizzare le peculiarità del territorio, si cerca un'omologazione a modelli quanto mai distanti da quello che viene definito "turismo culturale", al quale il Sulcis sarebbe naturalmente votato. Continua a prediligersi invece il modello standard del turismo prettamente balneare e "di massa", senza mai considerare una posizione geografica e una latitudine che non ci consentono di certo di avere un'estate lunga dodici mesi, relegando la produttività a pochi mesi l'anno, ammesso di averla, considerando l'infinità di mete turistiche con lo stesso target ma più low cost. Di certo questa è da considerarsi prima di tutto una scelta di stampo elettorale, che trova spazio in un territorio talmente in crisi da accettare di svendersi alle multinazionali dei veleni e morire per esse.

Un progetto, quello che vede la distruzione dell'ecosistema del litorale, presentato nel concorso di idee del Piano Sulcis con, al momento, mille votanti: con un costo di troppe centinaia di migliaia di euro, o magari di qualche milione, assicurerebbe "ben" 16 posti di lavoro. D'altra parte, un progetto al pari votato è quello che prevede una micro-infrastrutturazione per valorizzare e rendere accessibile la fruizione della risorsa "zone umide", attraverso interventi architettonici che, si sottolinea, sono da intendere come minimi. Una domanda lecita è: come si concilieranno progetti così diametralmente opposti, se parimenti votati dalla popolazione?

Ad oggi, ma in costante salita con uno stacco netto, il progetto più votato è quello degli operai ALCOA, con ben 32 mila voti, che vedrebbe la costruzione di un «Parco Tematico e acquatico di divertimento ambientato sulla storia Prenuragica/Fenicia/Romana/Mineraria e Mitologica della Sardegna»: ma perché dirottare milioni di euro su un parco stile Gardaland se abbiamo un Parco Geominerario unico al mondo? A seguire progetti come la realizzazione di un campus universitario di alta formazione per piloti (28 mila voti), o l'inserimento di circa 4.000 unità di nuovi residenti (9 mila voti); 11 mila voti per il ripopolamento della Pinna Nobilis, 10 mila per un progetto poco chiaro che tratta di un villaggio scientifico e «democrazia sperimentale», 8 mila per la produzione di microalghe con applicazione in campo alimentare, nutraceutico, farmaceutico, energetico, mangimistico, terapeutico, di bonifica, di smaltimento della CO2, per la produzione di  idrogeno e biocarburanti; sempre ad 8 mila voti il progetto per una "riconversione" che permetterebbe nuovi utilizzi del carbone (pich-fiber, syngas, acido umico), mentre il progetto per il recupero dell'area dell'ex Cartiera del Sulcis a Domusnovas con finalità di produzione e vendita di beni enogastronomici va per i 7 mila; a quota 5 mila il Parco Tecnologico nell'ex Centrale di S. Caterina per la produzione di energia elettrica e termica da risorse rinnovabili.

Le 10 idee che riceveranno il maggior numero di voti online entro il 27 giugno potranno ottenere una menzione speciale da parte della Commissione di Valutazione, ora già a lavoro per scegliere sei idee tra tutte quelle presentate.

Seppur presenti anche idee valide, quello che doveva essere un bando internazionale si è trasformato nella dimostrazione di quanto sia profonda la crisi culturale locale: i progetti su misura del territorio e più naturalmente adatti ad uno sviluppo sostenibile, perché ne valutano le specificità, sono i meno votati dalla popolazione, che predilige l'improvvisazione, la chimica, lo snaturamento delle coste, la compulsiva mania di costruzione, a discapito di progetti che vedono la valorizzazione delle risorse culturali ed antropologiche. Degno di nota è il progetto per un "Cammino Minerario di Santa Barbara", volto a «progettare, realizzare e commercializzare un prodotto turistico integrato incentrato sui bisogni, i credi e le aspettative del viaggiatore/turista/pellegrino che intende ripercorrere la memoria dei minatori lungo gli antichi cammini minerari che attraversano luoghi di culto e chiese dedicate alla Santa Patrona dei minatori in un contesto paesaggistico-ambientale di grande fascino, bellezza e suggestività nel grande bacino minerario dismesso del Sulcis Iglesiente Guspinese», ma fermo a 142 voti. Ci troveremo ad essere costretti a veder marcire 280 km di percorso naturale, perfettamente praticabile e messo a norma, per pochi ombrelloni e qualche piccola imbarcazione in aree di delicata e compromessa realtà ambientale? Altro che turismo culturale, ci aspetta una nuova era nel segno della distruzione di ogni speranza di rinascita legata ad un'identità storica, ambientale e realmente innovativa.

99ideas per lo sviluppo alternativo, voluto dalla giunta provinciale in seno al Piano Sulcis, costerà da un minimo di 55,700 ad un massimo di 89,700 milioni di euro: considerando le decine di milioni di euro previste nello stesso Piano per il rilancio delle attività industriali che hanno avvelenato il territorio proprio impedendo una via economica differente, e la natura essenzialmente demagogica di una chiamata che ha saputo raccogliere le idee di alcuni cittadini, legittime o no, ma senza allettare centri di ricerca e sperimentazione né in territorio sardo né in quello nazionale ed internazionale, come invece proponeva, più che soldi spesi con la sincera intenzione di creare un reale sviluppo alternativo, paiono il prezzo che la politica locale è disposta a pagare per il nostro voto alle prossime regionali.



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Nasce il primo Distretto Culturale Open Source

Uno studio perlopiù ignorato da politici ed amministratori locali, che non ne hanno capito o non ne hanno voluto capire la portata rivoluzionaria.[Eleonora Di Marino]



di Eleonora Di Marino

Nel 2005, la Regione Sardegna realizzò uno studio di fattibilità finalizzato ad individuare la strategia di sviluppo dei Distretti Culturali per le politiche culturali dell'Isola, come possibili strumenti di ridefinizione delle specializzazioni produttive del territorio, cercando di uscire da quella superata visione della cultura espressa meramente nella dimensione turistica e nelle filiere produttive ad essa più o meno direttamente connesse, con le inevitabili e discutibili implicazioni in termini di sostenibilità ambientale e, a volte, anche socio-economica: il tentativo era quindi orientato a considerare lo sviluppo di mercati culturali che tendessero da un lato ad incoraggiare la domanda culturale dei residenti, dall'altro a far sì che essa si traducesse in un inedito orientamento del territorio verso le nuove professioni creative e verso forme di produzione del valore economico tipiche della "knowledge society", società della conoscenza. 

Uno studio perlopiù ignorato da politici ed amministratori locali, che non ne hanno capito o non ne hanno voluto capire la portata rivoluzionaria, seppur abbiano beneficiato dei finanziamenti messi in atto in funzione di esso, nei migliori casi serviti per rimettere in piedi qualche centro storico, ma mai, ad eccezione del tentativo nel distretto della Marmilla, utilizzati per gettare le basi ad un percorso di innovazione e di sviluppo stesso dell'innovazione. 

Al contrario, come nel caso di Iglesias, ha sortito l'effetto di imbalsamare la città nella propria storia, utilizzando male il ruolo specifico del terzo settore con il suo mancato orientamento nella definizione dei nuovi modelli di sviluppo, dando invece eccessiva legittimazione ad organizzazioni non profit con esclusiva dipendenza dal settore pubblico, o peggio ancora dirette da mentalità e preparazioni culturali alquanto inadeguate, per non dire imbarazzanti: incuranti dall'applicare le azioni previste nello studio, volte a farle uscire dalla fragilità strutturale e dal pressappochismo culturale, le amministrazioni hanno eletto queste associazioni, di stampo amatoriale, ad espressione della più "avanzata" proposta culturale cittadina. Una scelta che funzionerà in termini di consenso popolare ed elettorale, con pittori locali incoronati dai concittadini ad artisti di punta nel panorama internazionale, ma che non è altro che pura illusione destinata a scontrarsi con mancati risultati concreti in termini di sviluppo: o vogliamo credere e far credere che iniziative del genere possano risollevare l'economia di una città intera? Probabilmente, né le amministrazioni, né le associazioni, avevano (ed hanno ancora) capito di che cosa si trattasse e per che cosa si stessero mettendo in campo tali progetti e risorse. Cerchiamo di ricordarcelo e ricordarglielo: "Accelerare lo sviluppo della domanda culturale come  precondizione indispensabile alla formazione di un orientamento sociale diffuso verso l'innovazione, e quindi acquistare un carattere di vera e propria politica economica strutturale. In questa prospettiva, i modelli di distretto culturale non sono quelli che si appiattiscono sulla monocoltura turistico-culturale, ma quelli che sviluppano nuove forme di ibridazione e contaminazione creativa tra filiere economiche diverse ma accomunate da interessi complementari verso la creatività culturale e tecnologica." Se, nel Sulcis, i politici di allora, che poi sono gli stessi di oggi, avessero capito di quale opportunità si trattasse, probabilmente adesso l'uscita dalla crisi sarebbe molto più vicina, ed in ogni caso non deputata alla sopravvivenza del polo industriale e dei soliti carrozzoni politico clientelari. 

Il Distretto Culturale ha poco a che fare con i tentativi di produzione dell'intrattenimento e della musealizzazione del patrimonio storico-culturale di un territorio; è, invece, la matrice principale di  una transizione verso una società post-industriale: un passo piuttosto scomodo a chi ha costruito la propria carriera proprio su crisi e sopravvivenza delle industrie pesanti, ma anche per chi vuole farlo puntando su una filiera turistica che vede un territorio imbalsamato nella propria memoria, sfruttandolo anche nell'identità. Non che il turismo non sia auspicabile, ma andrebbe considerato come conseguenza, e non come fine. 

Basta guardare i programmi dei partiti alle recenti elezioni amministrative ad Iglesias per rendersi conto di quanto non ci sia traccia del succitato studio, ma al contrario di un pericoloso percorso in cui domina la volontaria cancellazione anche degli sforzi verso la possibilità di creazione di un Distretto Culturale, compiuti dalla sinergia degli operatori dell'arte e della cultura presenti nel Sulcis Iglesiente: per questo motivo queste associazioni hanno scelto l'ultimo giorno di campagna elettorale per presentare proprio nella città in questione, Iglesias, la nascita di un nuovo modello di Distretto Culturale, battezzato Distretto Culturale "Open Source". 

La novità che questa versione apporta a quello Evoluto, di Richard Florida, è quella di puntare direttamente ad un modello inedito, basato su un pensiero glocale, naturale e sostenibile, aperto ed in grado di progettare, rigenerarsi ed evolversi continuamente, oltre che di partire contestualmente dall'alto e dal basso, attivando nel territorio, ad esempio, workshop con operatori internazionali rivolti ai cittadini, alle associazioni ed alle imprese, in modo da renderli protagonisti del processo, valorizzando lo spirito creativo e di conoscenza individuale e collettiva. Tutto ciò tenendo conto non solo delle problematiche del territorio, ma anche delle dinamiche internazionali: senza perdere un'identità dunque, anzi valorizzandola attraverso la riscoperta di una capacità progettuale che sia da stimolo alla creazione di nuove imprese e soprattutto di nuove economie sostenibili, il più possibile indipendenti dai finanziamenti pubblici. L'obbiettivo è quello di traghettare il Sulcis Iglesiente nella sua improrogabile ambizione di sviluppo culturale ed economico, evitando di innestare quei modelli della contemporaneità, e dello sviluppo, progettati per essere designati altrove, per altre economie, per altri interessi, ed elaborandone invece di nuovi: creare un modello innovativo anche nei modelli dell'innovazione. Un modello in sostituzione al precedente, ormai abortito e snaturato da una classe politica che sta ancora per finanziare, con centinaia di milioni di euro, proprio la vecchia filiera, lasciando una piccola fetta, destinata all'innovazione ed allo sviluppo sostenibile, a vecchie e superate pratiche d'approccio, senza alcuna azione che avesse portato il territorio a far crescere queste proposte attraverso pratiche di capacitazione (la teoria di Amartya Sen, ben presentata nello studio del 2005), di "learning-by-doing" ("apprendere attraverso il fare", cioè crescita endogena, sviluppato da Romer e Lucas sempre nello studio ampiamente citato) e neppure di processi di localizzazione dei professionisti, del talento, della nuova classe creativa (modello basato sulla teoria di R. Florida). 

Non per fortuna ma per caratteristica della ricerca artistica e culturale d'avanguardia, almeno quest'ultima pratica è stata coltivata in maniera autonoma: grazie anche al richiamo a quel processo, portato avanti nel 2005 da Renato Soru, e nonostante l'abbandono e l'incomprensione da parte di molte delle amministrazioni locali, il MACC di Calasetta, la galleria Mangiabarche, l'Associazione Cherimus, il collettivo GiuseppeFrau Gallery e la Agri-Factory, hanno potuto compiere il miracolo proprio in quello che viene definito il centro concentrico principale del modello del Distretto Culturale Evoluto (la libera ricerca nel campo dell'arte contemporanea, nell'architettura, nel design, nella musica e nelle tecnologie legate alla sostenibilità), riuscendo non solo ad emergere nel panorama internazionale (il direttore del MACC, Stefano Rabolli Pansera, ha curato il padiglione Angola che, proprio questo sabato, ha conquistato il Leone d'Oro alla Biennale di Venezia) ma anche a fare rete ed a riunire le forze: così è nato il primo Distretto Culturale Open Source della Sardegna e probabilmente d'Europa. 

Ora, dopo le fasi d'integrazione e sviluppo dei singoli processi, che continueranno comunque ad operare ciascuno secondo le proprie peculiarità, si darà il via alla fase operativa che li vedrà protagonisti nell'attuare strategie di capacitazione e di learning-by-doing, oltre che continuare ad esercitare un'azione di forte richiamo per far confluire nel territorio più povero d'Italia le migliori energie creative internazionali. Sono inoltre già in produzione progetti per la riconversione industriale e l'apertura di start up dell'innovazione. 

Intanto, speriamo che il territorio, al contrario di ciò che ha fatto certa politica, non si chiuda alla ricerca ed alla sperimentazione culturale per la produzione di progetti ed azioni utili ad esso stesso, permettendo a tutta la comunità di poter sfruttare proficuamente la capacità, da parte del Distretto Open Source, di pensare finalmente un futuro in cui la cultura possa essere veramente matrice di uno sviluppo sostenibile e permanente.




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Sulcis tra business, rivolta e rivoluzione

95 milioni di euro destinati al risanamento ambientale per l'autunno dei 4 comuni di Arbus, Buggerru, Fluminimaggiore e Guspini[Eleonora Di Marino]


di Eleonora Di Marino

95 milioni di euro destinati al risanamento ambientale per l'autunno dei 4 comuni di Arbus, Buggerru, Fluminimaggiore e Guspini: questo l'annuncio fatto dal Presidente della Regione Ugo Cappellacci durante un'assembla svoltasi nel tardo pomeriggio del 1 Agosto nella mensa impiegati di Montevecchio. E' prevista per settembre la firma del protocollo d'intesa che destinerebbe le risorse alle bonifiche delle aree Montevecchio Ponente, Motevecchio Levante e Valle del Rio San Giorgio.

Una notizia che arriva, in ormai aperta campagna elettorale, poco dopo il provvedimento di un governo nazionale che pare preferire promuovere ancora una strategia di servitù industriale, portata avanti in seno al Decreto del Fare: andando controcorrente rispetto alla stessa politica dell'Unione Europea riguardante le questioni ambientali, l'articolo 41 recita infatti "Nei casi in cui le acque di falda contaminate determinano una situazione di rischio sanitario oltre all'eliminazione della fonte di contaminazione ove possibile ed economicamente sostenibile, devono essere adottate misure di attenuazione della diffusione della contaminazione". In altre parole: non sentitevi obbligati, non vorremmo mai che, dopo aver ricevuto ingenti finanziamenti pubblici ed avvelenato preziose porzioni di territorio, doveste trovarvi a pagare il conto salato di devastazioni fatte in nome del profitto della multinazionale, a scapito non solo della salute, ma spesso anche delle tasche, degli abitanti.

Ma la questione diventa ancor più paradossale se si riflette sul fatto che l'obbligo di bonificare arriva solo quando "possibile ed economicamente sostenibile": la logica ci porta a concludere che, più grave è il danno e più costoso è il risanamento, più è ampia la possibilità dei responsabili di passarla liscia. Inquinare paga, conviene. Quale invito a nozze più succulento poteva inventare il governo Letta per attirare le peggiori industrie multinazionali, criminali e senza etica alcuna? Un conto che per la popolazione non sarà solo salato ma anche amaro, terribilmente amaro, dovuto a decisioni incontestabili venute da quell'alto, ormai completamente alieno, che dovrebbe invece essere specchio di un volere democratico: sorprese post-elettorali di certo non citate in campagna elettorale. Eppure altamente deducibili: quando si decide di promuovere uno sviluppo, un concetto stesso di "Lavoro" e di "Industria", che prevede l'entrare in un'assurda competizione con i Paesi della manodopera a basso costo, non ci si può non aspettare che ciò passi per una svendita servile delle proprie risorse umane, economiche ed ambientali. Una svendita che è la cancellazione di un futuro per il perpetuarsi agonizzante di un passato sbagliato ed un presente fallimentare.

Su questa incongruenza continuano le polemiche tra i cittadini, che si sono fatti attivisti, ed il sindacato in concerto con i lavoratori: il più recente riguarda la Portovesme srl, unica azienda ancora operativa nel Polo Industriale, ed un'associazione di cittadini 5 stelle, che ne denuncia le esigue garanzie in merito al rispetto dei vincoli ambientali. Una battaglia portata avanti da numerose associazioni ambientaliste, da liberi cittadini più volte pubblicamente bollati come esibizionisti che propongono un'immagine deleteria del territorio, causa della fuga dei turisti. Al centro della polemica questa volta ci sarebbero gli attivisti del movimento che nel Sulcis ha ottenuto un risultato strabiliante alle ultime elezioni, sbaragliando le radicate roccheforti dei partiti tradizionali, la cui posizione ha scatenato la pronta risposta di Alessandro Massidda, dipendente della Portovesme e Segretario Nazionale del sindacato Fialc-Cisal in una sola persona, che, difendendo la fonte di reddito di numerose famiglie, nonché la propria, riesce a denunciare la denuncia degli ambientalisti: sarebbe in atto un'opera di "criminalizzazione", di "mistificazione", di "falsificazione", da parte di cittadini che evidentemente non hanno proprio nulla da fare. Peccato che nella Portovesme srl ci sia stato l'allarme radioattività dai fumi di acciaieria provenienti dall'estero, corruzione e mazzette, condanna dei responsabili della gestione ambientale e della gestione rifiuti per traffico illecito di rifiuti pericolosi utilizzati per i sottofondi stradali e per lo spiazzo di un ospedale oncologico.

Intanto, la stessa Regione Sardegna che, nelle vesti del Presidente Cappellacci, promette 95 milioni per le bonifiche, mette in campo una delle peggiori proposte di legge che causerà inevitabilmente il sacco dei demani civici e la speculazione immobiliare sulle sponde delle zone umide in Sardegna. La Proposta di Legge n.542, ribattezzata dal Gruppo di Intervento Giuridico "editto delle chiudende", in memoria di quello emanato nel 1820 dall'allora re di Sardegna Vittorio Emanuele I, che di fatto autorizzava la recinzione dei terreni che per antica tradizione erano fino ad allora considerati di proprietà collettiva, causando una selvaggia corsa all'appropriazione che danneggiò i pastori giovando solo ai ricchi ed ai potenti, è stato presentato da Pietro Pittalis (P.d.L.), Giampaolo Diana (P.D.), Franco Cuccureddu (M.P.A.), Attilio Dedoni (Riformatori), Matteo Sanna (Fratelli d'Italia), Christian Solinas (P.S.d'Az.), Mario Diana (Sardegna è già domani), Daniele Cocco (S.E.L.), e poi approvato con 50 voti a favore, 4 astenuti e 4 contrari.

Con un "Piano straordinario di accertamento demaniale", i Comuni sono delegati "alla ricognizione generale degli usi civici", vedendosi inoltre consegnato il potere di "documentare il reale sussistere dell'uso civico" oltre alla possibilità di "proporre permute, alienazioni, sclassificazioni" (sdemanializzazioni) "e trasferimenti dei diritti di uso civico secondo il principio di tutela dell'interesse pubblico prevalente". I terreni possono essere tolti dalla proprietà pubblica nel caso in cui "abbiano perso la destinazione funzionale originaria di terreni pascolativi o boschivi ovvero non sia riscontrabile né documentabile la originaria sussistenza del vincolo demaniale civico", cioè, scrive il Gruppo di Intervento Giuridico, in tutti quei casi in cui vi siano state occupazioni abusive, abusi edilizi, destinazioni agricole ovvero i diritti di uso civico siano stati accertati per presunzione in quanto già terreni feudali (la gran parte dei demani civici): si tratterebbe di una "modalità di rapina, perché per sistemare qualche situazione di contenzioso (es. Orosei, Dorgali, Cabras, Orune, Lula, Fluminimaggiore, Carloforte, ecc.) determinata dall'edificazione e/o occupazione abusiva di terreni appartenenti ai demani civici di gran parte della Sardegna, si impoveriscono le collettività locali, i tantissimi cittadini onesti." L'associazione ambientalista denuncia inoltre che il secondo articolo del testo rimescola "in un calderone giuridico di pessima fattura" la legge regionale 20/2012, nota come legge "scempia-stagni", finalizzata a legittimare le opere edilizie realizzate nelle fasce spondali e nei pressi delle zone umide: "La folle disposizione, nata sull'onda del noto caso del palazzo realizzato presso le Saline di Molentargius, quasi legge ad palazzum, è stata giustamente impugnata dal Governo davanti alla Corte costituzionale".

Nel Sulcis, nella Sardegna della crisi, sulle bocche di molti sembra che la "rivoluzione" sia ormai alle porte, ma nella maggior parte dei casi sarebbe più appropriato utilizzare il termine "rivolta". Cosa può essere oggi la Rivoluzione se non un cambiamento radicale, il superamento di questo sistema ormai al collasso, verso nuove ed inesplorate prospettive?




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Iglesias: Igea, rotta la catena di omertà



Come in Sicilia, in molti sanno e sapevano, ma in pochi hanno il coraggio di fare nomi e cognomi. Onore agli anonimi, l'unica nostra speranza. [Eleonora Di Marino]




di Eleonora Di Marino


"Finalmente", "Era ora", "Non è una novità": questi i commenti a caldo di numerosi utenti della rete alla pubblicazione della notizia del blitz negli uffici di Campo Pisano (Iglesias) dell'Igea S.p.A., società in house della Regione Sardegna operante nell'attività di messa in sicurezza, ripristino ambientale e bonifica di aree minerarie dismesse e/o in via di dismissione. "Tutti sapevano tutto". Sono quattro i nomi sul registro degli indagati e tre i reati ipotizzati dalla Procura della Repubblica di Cagliari: peculato (il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio, che, avendo per ragione del suo ufficio o servizio il possesso o comunque la disponibilità di denaro o di altra cosa mobile altrui, se ne appropria), turbativa d'asta (chiunque, con violenza o minaccia, o con doni, promesse, collusioni o altri mezzi fraudolenti, impedisce o turba la gara nei pubblici incanti o nelle licitazioni private per conto di pubbliche Amministrazioni, ovvero ne allontana gli offerenti) e voto di scambio. Tra i nomi quello di Marco Tuveri, sindacalista Uil, che ha visto perquisita anche la propria abitazione privata: è proprio lui nell'occhio del ciclone nell'indagine messa in campo in seguito a quattro esposti anonimi, corredati da testimonianze e filmati, uno dei quali sarebbe firmato da lavoratori della stessa Igea.

Posti di lavoro sarebbero stati promessi in cambio del voto per Marco Zanda (Udc) alle scorse amministrative di Iglesias: solo una prova generale, a detta dell'informatore, per pesare il pacchetto di voti fornito dal Tuveri al partito di Giorgio Oppi in vista delle prossime regionali; Daniela Tidu, ex dipendente di un'impresa di pulizie, sarebbe stata assunta contemporaneamente come segretaria di direzione co.co.pro. (4 ore al giorno) all'Igea - senza però mai essere presente - e come segretaria, con il lusso di un contratto a tempo indeterminato, del Commissario del Parco Geominerario per 36 ore alla settimana; le assunzioni sarebbero fioccate anche per i parenti dei due Tuveri e Tidu. L'operazione "Geo&geo", messa in atto la mattina di lunedì da una quarantina di carabinieri, ha visto il sequestro di un gran numero di documenti cartacei e computer dagli uffici, ed il ritrovamento all'ex mensa di Masua, un locale ufficialmente inutilizzato, di taniche di gasolio presumibilmente destinato alla vendita illegale a prezzi scontati. A ciò si aggiunge l'uso privato di siti minerari dismessi: uno di questi, la Galleria Chessa a Nebida, sarebbe stato donato proprio alla Tidu, che lo avrebbe utilizzato come personale posto auto.

A questo punto, rotto il ghiaccio (o meglio la catena di omertà e complicità) è probabile che la lista dei reati ipotizzati sia destinata a diventare molto più lunga, soprattutto se oltre alle segnalazioni anonime si prenderà in seria considerazione l'esposto presentato nel mese di Gennaio alla Procura della Repubblica di Cagliari, alla Corte dei Conti e alla commissione Ue sulla concorrenza, da Giampiero Pinna, Presidente della Consulta delle Associazioni per il Parco Geominerario, che chiese conto dei 250 milioni di euro mal spesi dall'Igea in quattordici anni di bonifiche mancate. Intanto, sotto il mirino pare che sia finito proprio il Parco Geominerario, per presunti (anch'essi ben conosciuti da tutti) reati connessi ai contributi economici elargiti ad enti ed Associazioni culturali.

Dopo poche settimane dalla polemica innescata dai parlamentari M5S, che durante la visita al Parco Geominerario non erano stati ricevuti dalla società rimanendo chiusi dentro una galleria, anche i Riformatori, attraverso Roberto Frongia, sono scesi in campo sollecitando, un mese fa, il commissariamento della S.p.A. e un chiarimento sulla "gestione della società e in particolare su due contratti": il primo riguarda la cessione in conto vendita di rottami ferrosi e non ferrosi giacenti nel magazzino di Campo Pisano, con un valore complessivo di 45mila euro, risalente a novembre 2012; il secondo, sempre relativo alla cessione di rottami ferrosi e non ferrosi nel magazzino di Campo Pisano, risale al maggio 2013 con un'offerta di 1000 euro per lotto. I Riformatori avrebbero chiesto inoltre spiegazioni sulle modalità di assegnazione degli appalti inferiori ai 40 mila euro. Per norma, sotto la soglia dei 20 mila non c'è bisogno della gara pubblica e parrebbe che anche in questo caso, secondo la denuncia degli anonimi, il Tuveri (che, ricordiamo, risulta essere stato assunto come autista) dettasse sistematicamente legge, pilotando procedure ed esiti che consegnavano, senza imbarazzo o scrupolo alcuno, appalti fin anche ai parenti del presidente.

Siamo quindi di fronte ad una gestione parallela da parte di un singolo (autista, sindacalista, con la sua amante) oppure ad una vera associazione alla frode? Il terzo comma dell'art. 416-bis recita: "L'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali". Ecco, personalmente ( ripeto il mio è un giudizio personale) se le accuse venissero confermate, parlerei di associazione a delinquere di stampo mafioso, perché di questo alla fine si tratta, ed anche questo da queste parti lo sanno tutti: chissà se all'interno dell'Igea, dove fino ad oggi vige un clima di terrore misto ad omertà e complicità, gli anonimi autori della denuncia riusciranno a trovare il coraggio di uscire allo scoperto, l'unico modo, forse, anche per annullare le ritorsioni ed i depistaggi che sicuramente saranno messi in campo. Certo, per chi è entrato all'Igea con le proprie forze, diritto e competenze, senza averne ricevuto resa per voto donato e raccomandazione ricevuta, senza aver mai utilizzato gasolio pubblico o fatto gite sui suv aziendali, non dovrebbe essere una questione di ricattabilità diretta. Il timore di ritorsioni rimane altissimo, a meno che la giustizia non vada avanti, e magari per la prima volta nella storia di questo territorio non si faccia avanti un pentito, qualcuno che finalmente abbia il coraggio di raccontare davanti ad un magistrato la propria storia e quella dell'Igea. Ma per un popolo ridotto alla disperazione, proprio da chi oggi continua indisturbato ad approfittarsi di essa, la strada è ancora lunga, così come lo è quella della rete di responsabilità e complicità, di reticenze e di omertà.

Se qualcuno aveva ancora dei dubbi che nel nostro territorio un sistema simile a quello mafioso potesse nascondersi all'interno di un'apparenza inossidabile ed irreprensibile potrà ricredersi: nel Sulcis si è rotto anche questo tabù. Non a caso il Tuveri veniva soprannominato Ciancimino: solo che da noi, rispetto alle famiglie siciliane, non è il potere politico complice e vittima, ma capo e mandante, ed anche qui, come in Sicilia, in molti sanno e sapevano, ma in pochi hanno il coraggio di fare nomi e cognomi. Onore agli anonimi quindi, in questo caso sono stati l'unica nostra speranza.




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Sulcis: tutto il carbone è finito

Poco più di un anno è passato dall'occupazione della miniera della Carbosulcis da parte dei suoi lavoratori.[Eleonora Di Marino]




Poco più di un anno è passato dall'occupazione della miniera della Carbosulcis da parte dei suoi lavoratori, i minatori sardi, la cui vertenza ha repentinamente occupato le prime pagine delle testate nazionali e calamitato l'attenzione dei media internazionali. Poco meno di un anno è passato invece dall'avvio delle due indagini da parte della Commissione Europea, riguardanti le misure di sostegno pubblico: una, relativa alla valutazione della conformità con le norme Ue, che indicano quali categorie di aiuti sono ammesse e a quali condizioni, delle sovvenzioni partite dallo Stato e superiori a 400 milioni di euro concesse tra il 1998 e il 2010 alla miniera di proprietà della Regione Sardegna, a quanto pare senza la notifica preliminare alla Commissione; l'altra, relativa agli aiuti di stato non ancora emessi se non nell'intenzione dell'Italia di sovvenzionare la costruzione di un impianto alimentato a carbone con cattura e confinamento di anidride carbonica, il CCS, verificando se il progetto possa costituire una sovvenzione indiretta per lo sfruttamento della miniera di carbone locale, il che è vietato dalle norme Ue vigenti.

Più recente di tutte, invece, è la notizia che vede la Regione, azionista unico della società, spingere per concordare con i sindacati un piano di dismissione che vedrebbe la sospensione immediata di ogni nuova assunzione e, dal 2018, l'avvio delle bonifiche del sito che vedrebbe impegnati 130 dipendenti (a carico della Regione). Data di fine lavori: 2027, un arco di tempo, a partire da oggi, di quasi quindici anni. La CGIL Sulcis Iglesiente, capitanata dal segretario generale Roberto Puddu, inveisce contro la Regione in un comunicato in cui si legge l'orgoglio di aver rispedito la proposta al mittente, in quanto la Regione sarebbe colpevole di chiedere al sindacato "la condivisione e la partecipazione al processo di chiusura della Carbosulcis, proponendo di definirla con un percorso da scrivere insieme, in sede tecnica, per la quale si renderebbero disponibili a fornire un canovaccio come base di discussione". L'Assessore all'Industria Antonello Liori ha rimarcato che, senza questa partecipazione, la chiusura della miniera, che vede la propria situazione aggravata non poco dall'indagine pendente su di essa, è sostanzialmente fissata al prossimo mese di Dicembre. Insomma, la CGIL pare voler tenersi buoni i lavoratori più incazzati, cavalcandone e alimentandone la rabbia, piuttosto che ammettere che lo sfruttamento minerario è arrivato al capolinea. E meno male, qualcuno dirà: non c'è dubbio oramai che la prima pedina del domino che ci vede ora con un territorio devastato dall'inquinamento, con terreni compromessi ed inutilizzabili, senza apparente alternativa se non quella del (non) lavorare in miniera o nei forni dell'industria dell'alluminio, sia stata la scelta di riversare tutta la forza lavoro del Sulcis, senza differenziarne lo sviluppo, in un settore che prima o poi si sarebbe esaurito, o sarebbe diventato obsoleto. Ed è proprio questo punto che il segretario della CGIL pare non capire: ancora, nel comunicato si legge "non si può condividere l'assunto dell'ineluttabilità della chiusura dell'esperienza mineraria", rafforzato dal compagno Francesco Garau, segretario provinciale Filctem-Cgil, che individua la miniera di Nuraxi Figus come "l'ultimo anello dell'industria nel Sulcis", auspicandone la conversione in un impianto di stoccaggio dell'anidride carbonica o la realizzazione di una centrale a carbone. Quella stessa centrale che, per norma Ue, non deve essere un'indiretta sovvenzione alla Carbosulcis, e per cui è già stato dichiarato che la materia prima non sarà, se non in esigue proporzioni, quella locale?

E' cristallino un fraintendimento ontologico di fondo: se in ogni dove il lavoro è un'attività per mezzo della quale si producono beni e servizi per la comunità, nel Sulcis non importa se il prodotto non è allettante per il mercato, non importa se è un costo e non un guadagno, non solo in termini economici ma anche di salute: per molti, troppi, il lavoro è stato servizio a se stante. Per fortuna la posizione dei lavoratori della Carbosulcis pare nettamente più lungimirante nella dichiarazione del minatore Antonello Tiddia, anche rappresentante nel Sulcis dell'Unione Sindacale di Base, che sogna per il territorio "i fondi europei per le miniere in via di dismissione e puntare alle bonifiche ambientali. Perchè non è possibile - dice - fare quello che hanno fatto nella Ruhr?".

Quella Ruhr che ha saputo far suo il titolo di Capitale Europea della Cultura per l'intero 2010, un progetto che ha segnato la rinascita del territorio con matrice mineraria; quello stesso titolo a cui l'allora candidato alla presidenza della provincia Tore Cherchi puntava in campagna elettorale, fatto poi proprio dall'amministrazione comunale di Carbonia. Passeggiando per le vie desolate del non più capoluogo, oggi, a meno di un mese dalla scadenza del bando per la candidatura (20 settembre 2013), risulta evidente quanto gli sforzi in tal senso siano stati più che nulli: dopo la visita dei rappresentanti della commissione per la candidatura, che ha visto l'amministrazione barattarla, ma solo verbalmente, per il Festival del Paesaggio, una controproposta che confermava l'enorme possibilità per il territorio più povero d'Italia di passare la selezione, Carbonia rimane a bocca asciutta dell'una e probabilmente anche dell'altra, causa la miopia dei suoi rappresentanti che non hanno saputo credere in tale opportunità o che, peggio, hanno (volontariamente o involontariamente) seguito ordini e contrordini dei piani alti per piani altri. Un Piano Sulcis che, a distanza di un anno, non si è rivelato buono nemmeno nell'adempiere il suo evidente obiettivo, quello cioè di tappare provvisoriamente le falle della scialuppa di salvataggio: la nave è già affondata da tempo!























































































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